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giovedì 5 dicembre 2013

Giulietta Gastaldo, Prigionieri di un passato, Il Punto

Le giornate trascorrono lentamente per Ludovica; giunta ormai al tramonto dei suoi giorni, siede per lunghe ore sulla stessa sedia, a guardare attraverso il vetro della grande finestra. Il suo sguardo si perde lontano, oltre il giardino di quella casa di Giaveno, amata ed odiata nello stesso tempo, oltre le cime di quei monti che non sono mai stati per lei un rifugio.
La piccola Giulia osserva di nascosto la nonna, impaurita da quella strana immobilità, ma ancor di più dalle sue reazioni improvvise, dagli sguardi severi, dalle frasi taglienti. Forse è normale, per chi vede la vita volgere al termine, provare tanta rabbia per il passato, aspettare qualcosa che non verrà più; ma la piccola Giulia non può sapere il motivo di tanto rancore, non conosce i segreti di quella donna e del suo passato.
Eppure proprio Ludovica dovrebbe capire quella piccola, lei che nell’infanzia era succube dei capricci della madre, che solo dal nonno riceveva l’affetto che desiderava.
Era tanto tempo fa, la Torino di inizio Novecento era una città splendente di luci e di speranze. Le donne si vestivano con calze di seta e colli di pelliccia e gli uomini le accompagnavano a teatro e a passeggio per i viali alberati della città. Ludovica viveva in una bella casa, circondata da artisti: il nonno Giovanni Battista lavorava al famoso teatro dei burattini, suo fratello Edoardo, burattinaio, era spesso in tournée con il suo spettacolo e il giovane Antonio Mario, lo zio di Ludovica, era avviato verso una brillante carriera di decoratore.
Poi era arrivata la guerra e tanti giovani erano partiti per non tornare più. Arrivavano lettere terribili e i soldati che riuscivano a sopravvivere e rivedere i loro cari, spesso venivano accolti con diffidenza, come se non si fosse certi del valore dimostrato da loro in trincea.
Era iniziato un periodo buio, l’inverno dell’Italia. Ludovica, giovane sposa e mamma, aveva visto l’ascesa di Mussolini e aveva assistito, senza poter fare nulla, alle scelte aberranti di un personaggio ai limiti della follia. Col passare degli anni il fascismo era entrato nel pieno del suo vigore ed era iniziata una guerra ingiusta e smisurata. La gente aveva cominciato ad aver paura: le violenze contro chi non era fascista, le restrizioni e i fanatismi crescevano di anno in anno. I giovani, partiti come soldati, scomparivano nel rovente deserto africano o nelle steppe della pianura russa; chi li aspettava a casa pativa la fame e la miseria.
Ludovica, già provata da lutti e privazioni, era dovuta fuggire da una Torino irriconoscibile fin sui monti della val Sangone, nel cuore la speranza di tornare presto alla sua adorata città. Non avrebbe mai immaginato di dover vivere sradicata da tutte le sicurezze, di dover assistere a violenze indicibili, di cui anche la sua famiglia sarebbe stata vittima.
Ed ora, a distanza di decenni, Giulia non può capire, non può nemmeno immaginare, nella sua innocenza di bambina, cosa hanno visto gli occhi di quella anziana donna nella sua gioventù, non sa a quali violenze suo padre abbia dovuto assistere da ragazzino.
Un percorso di scrittura iniziato con il ritrovamento di fotografie e lettere di famiglia ha condotto Giulietta Gastaldo lungo i destini di antenati e parenti quasi sconosciuti, alla scoperta dei segreti di un passato che sembrava perduto, fino alla rivelazione inaspettata del vero tesoro di ogni famiglia: i ricordi.

La piccola Giulia si affaccia sulla soglia della cucina: seduta davanti alla finestra c’è la nonna, immersa nei suoi ricordi, e la piccola la osserva intimorita. Qualcosa ha attirato lo sguardo dell’anziana donna, che ora, disturbata dalla presenza della bambina, la rimprovera, facendola fuggire. E’ questo l’inizio di un lungo racconto che coinvolge e affascina il lettore per tutte le trecento pagine di Prigionieri di un passato,edizione Il Punto.
Incontriamo l’autrice, Giulietta Gastaldo, alla vigilia dell’uscita del suo romanzo nelle librerie.
“Tutto è nato quasi casualmente” spiega lei  emozionata. “Abele Bergeretti mi aveva chiesto informazioni su mio bisnonno, il pittore Antonio Mario Guglielmino. Così mi sono messa alla ricerca dei documenti di famiglia e quel che ho trovato è stata una scoperta entusiasmante. Sapevo che in casa c’erano delle carte, ma mio padre e mia nonna non avevano mai voluto mostrarmi niente; è stata una vera e propria caccia al tesoro tra gli eventi che hanno coinvolto la mia famiglia, sia tragici che lieti. ”
Nella sua ricerca Giulietta ha scoperto cartoline, fotografie, riduzioni in scala dei dipinti che avevano reso celebre il prozio pittore, e poi libretti militari, lettere, annuari; e ogni sorta di ricordo scritto legato alla storia di una famiglia in cui la vita privata è annodata strettamente alla storia nazionale.
Dal ritrovamento alla scrittura il passo è stato quasi inconsapevole:
“Ricordo una domenica di due anni fa, in cui, come d’impulso, presi un quaderno e iniziai a scrivere, a mano, come una volta. Le pagine scorrevano veloci, giorno dopo giorno, mese dopo mese, creando una trama in cui gli eventi reali si affiancavano a quelli creati dalla mia fantasia.”
Un duro lavoro che ha coinvolto Giulietta per mesi, durante i quali ha dovuto studiare i testi più importanti sulla storia recente della Val Sangone.
“Fondamentali sono stati La resistenza alle porte di Torino e La resa dei conti, entrambi dello storico Gianni Oliva, ma anche il diario di Giuseppe Zanolli, podestà di Giaveno ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Senza contare tutti i testi di storia e gli archivi Internet, dove ho cercato documenti anche in formato video e audio. E’ stato un gran lavoro, ma non posso dire che sia stata anche una fatica: mi alzavo spesso già con idee nuove in mente al mattino presto e non vedevo l’ora di poterle trasformare in racconto.”
Così, pian piano, i personaggi di questa saga familiare hanno preso vita: il nonno Giovanni Battista, uomo dolce e presente, la bisnonna altezzosa ed egoista, Maurizio Guglielmino, ucciso dai nazisti al colletto del Forno. Cosa hai provato nel narrare le loro storie?
“Nel raccontare queste storie ho dovuto ripercorrere i giorni della resistenza a Giaveno e in valle e ciò mi ha particolarmente toccato. Nonostante siano trascorsi settant’anni rimangono ancora ferite profonde; io ho solamente raccontato gli eventi senza esprimere alcun giudizio.”
Due anni di lavoro hanno prodotto una gran quantità di materiale, come sei riuscita a racchiudere tutto in queste pagine?
“In realtà il testo originale comprendeva anche una terza parte, che per motivi di lunghezza ho dovuto tagliare. Spero di poter presto riprenderla in mano e scrivere un secondo romanzo”.






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