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venerdì 3 gennaio 2014

Francesco Recami, Il ragazzo che leggeva Maigret, Sellerio

Ho letto fuori tempo massimo questo splendido romanzo di Recami, pubblicato nel 2009, ma, avvalendomi della mai abbastanza lodata regola del “meglio tardi che mai”, ho deciso di pubblicarne la recensione e di consigliare vivamente la lettura di questo libro, veloce e decisamente piacevole.
Il protagonista è Giulio, un ragazzino di tredici anni, grande lettore e appassionato di gialli, specialmente quelli del grande Simenon, che conserva in una stanza accogliente, riscaldata a legna e appunto ricolma di libri. Questo amore per il giallista belga è valso al ragazzino il soprannome di “Maigret” e la nomea di essere un po’ strano, curioso, e di vedere delitti e misteri in ogni angolo del suo paese di campagna.
Ma qual è stata la mia sorpresa quando, dopo aver immaginato il piccolo Giulio come un fragile, pallido e occhialuto divoratore di romanzi, chino e leggermente ingobbito sulle pagine, ho scoperto che si trattava di “un tipo grosso e robusto” con “due spalle larghe”, che insieme ai libri divorava, questa volta letteralmente, tutto il cibo prelibato che sua madre cucinava ogni giorno: lasagne, fagiani, lepri, panini di salamino tartufato e involtini di quaglia, tanto per fare un esempio!
La vicenda ha inizio con Giulio, anzi Maigret, alla fermata dell’autobus, intirizzito per il freddo e l’umidità della nebbia che sale dal canale. Sta aspettando tutto solo la corriera che lo porterà a scuola, quando una sagoma confusa appare di fronte a lui: un uomo, o forse due. Poi un tonfo, una folata di vento che spazza la cortina di nebbia e le sagome sono svanite. Ma ci saranno state veramente?
Maigret decide di indagare da solo, perché nessun adulto gli crederà mai. E da quel momento, come nei migliori romanzi della nostra tradizione europea, i personaggi entrano in scena uno alla volta, complicando una situazione che all'inizio può sembrare semplice, quasi banale, e accelerando il ritmo dell’azione, che coinvolge, anzi travolge, il lettore catturandolo fino all'ultima pagina.



giovedì 12 settembre 2013

Joel Dicker, La verità sul caso Harry Quebert, Bompiani


Recensire un romanzo che da settimane è ai primi posti nelle classifiche è forse un azzardo, ma, dopo aver continuato a ripensarci, credo di non poter più  rinviare il momento. La verità sul caso Harry Quebert è un libro meraviglioso, che può piacere ad ogni tipo di lettore, sempre che si possa decidere di inserire i lettori in categorie.
Innanzitutto si tratta di un poliziesco, in cui l’intrigo viene svelato nelle prime righe, stuzzicando il lettore con le parole di Deborah Cooper, anziana e terrorizzata signora che vive sola in una casa vicino al bosco: “Credo di avere appena visto una ragazza inseguita da un uomo nella foresta.”
Era il lontano 1975 e Marcus Goldman, protagonista e narratore, non era ancora nato. Eppure toccherà a lui raccontare tutta l’intricata vicenda, non da poliziotto, bensì da scrittore di successo, momentaneamente in crisi creativa. La sua fama, lanciata all’improvviso dal suo primo libro, sta lentamente declinando e i giorni, le settimane, passano senza che nemmeno una riga esca dalle sue dita. O meglio, qualcosa scrive, ma nulla gli sembra all’altezza della sua stessa notorietà.
A tendergli una mano arriverà il suo mentore Harry Quebert, suo vecchio professore ed amico, alle cui perle di saggezza sono dedicate le righe di apertura di ogni capitolo. Lo ospiterà nella sua casa vicino al mare, dove ormai trentatré anni prima era scomparsa Nora Kellergan.
E’ un uomo chiuso ma affabile, Harry Quebert, e impareremo a conoscere il suo carattere introspettivo ed enigmatico nel corso della narrazione; così come conosceremo i tanti altri personaggi, diversissimi tra loro, con nomi strani, evocativi e inconfondibili. Le loro vicende si sviluppano su due piani temporali, arricchendo di sottotrame il plot apparentemente lineare del romanzo. 
Così pagina dopo pagina, capitolo prima di capitolo (la numerazione è a ritroso), il romanzo muta, diventa romanzo di formazione, con l’adolescenza scolastica di Marcus, astuto mediocre che diviene “Il Formidabile”, per cui l’incontro con il prof. Quebert sarà il germe di una nuova vita. Diventa romanzo a sfondo sociale mostrando lo spaccato di una cittadina chiusa nel pettegolezzo e nella diffidenza, i cui scheletri emergono pan piano dagli armadi. Scivola nella storia d’amore, infelice, potente e contrastato dalla convenzioni sociali. Tutto ciò senza mai perdere l’ironia e le sottili allusioni di una scrittura che ci fa dubitare se in fondo non si tratti che di un gioco di specchi.
Dialoghi perfetti, personaggi comici o patetici, racconti nel racconto, consigli di scrittura e lettura, una serie continua di colpi di scena: tutto ammicca ad un gioco narrativo col lettore che, al momento di scoprire le carte, sorride soddisfatto.

 

lunedì 19 agosto 2013

Diana Athill, Come pagine di un libro, Rizzoli

Cosa c’è dietro un grande autore? Talento, studio, conoscenza dei classici e dei migliori scrittori contemporanei; c’è lavoro, dedizione, capacità comunicativa e grande voglia di trasmettere emozioni.
E poi? Forza di volontà, esercizio continuo e duraturo. Non basta ancora?
Sì, per avere un grande scrittore è sufficiente, ma per avere un grande romanzo no: ci vuole ancora un ottimo editor. E’ lui che accompagna lo scrittore restando nell’ombra, suggerendo e mai imponendo, consigliando in base alla sua esperienza, tagliando con crudeltà e incentivando con tenerezza.

Tutto ciò è stata Diana Athill, la cui esperienza, appunto, di fervida lettrice e attentissima editor  è stata messa a disposizione di scrittori illustri come Simone De Beauvoir, Norman Mailer, Philip Roth, Margaret Atwood, Mordecai Richler, V.S. Naipaul.
Nel 1993, a settantacinque anni, finalmente poté andare in pensione e dedicarsi alla scrittura, sempre accantonata per lavoro. Così si accorse che la sua vita era già un romanzo e si dedicò al memoir, ma con una scrittura narrativa e autoironica che, nella raccolta di lettere Come pagine di un libro, trova la sua perfetta collocazione.
Nelle pagine che dal 1981 ha inviato, con scarsa regolarità,  al suo amico poeta Edward Field, troviamo il ritratto inconsapevole di una donna decisa, che sa affrontare le magagne della vecchiaia, mantenendo la sincerità che il suo carattere le aveva donato.
Così la Athill ci fa partecipi della sua rabbia verso l’editore André Deutsch, che l’ha lasciata con una misera pensione, stemperata, man mano che gli anni passano, dalla pietà di vederlo decadere con la vecchiaia. Ci porta in viaggio con lei, alle cene e tra le mura di casa sua, sempre circondata da amici, conoscenti e dal ricordo dei suoi amanti.
Una vita dedicata alla scrittura e agli amici, come ben ci fa capire in una lettera del 2002:
“Edward carissimo, per un terribile momento ho pensato che non ci fossero più penne in  casa! […] Niente penne in borsa, né sulla scrivania, niente in cucina e neanche in camera […] sono quasi caduta in preda al panico all’idea di non avere niente con cui scrivere. Vivo proprio di parole!”
Una vita che avrebbe potuto scorrere sotto i riflettori del mondo letterario, ma che invece la Athilla ha vissuto gustandola pienamente, nella consapevolezza che la vecchiaia arriva, e che bisogna saperci ridere su: “Adesso me ne vado in giro con due denti soltanto, il che è molto più raccapricciante che averne uno solo. Quando è accaduto lo stesso a Barbara un mese fa, si è rintanata in campagna e isolata dal mondo, ma lei d’altronde è sempre stata bella, quindi immagino avverta più profondamente l’umiliazione.”
Leggere Come pagine di un libro è sedersi sul treno di fronte ad una anziana signora dallo sguardo vispo, ascoltare le sue parole dapprima con educata gentilezza,  poi, man mano che se ne comprende il fascino, restarne avvinti fino a rendersi conto che siamo arrivati alla nostra stazione e abbiamo la bocca spalancata nello stesso sorriso stupefatto da almeno un’ora.  

 

 

mercoledì 27 marzo 2013

Patrick Dennis, Genio, Adelphi


Patrick Dennis, pubblicitario e opinionista di grande umorismo, abbastanza conosciuto nel mondo editoriale grazie ai suoi pezzi su riviste femminili di classe, si trova a Città del Messico in vacanza. Il suo intento è quello di svernare al calduccio, augurandosi che a New York le temperature siano quasi siberiane, per gioire ancor di più del sole messicano. Alloggia, in compagnia della paziente nonché brillante moglie, in una casa coloniale trasformata in appartamenti ed entrambi si accingono a scrivere pezzi in libertà, senza troppo accanimento, tra un whisky e un Martini, quando scoprono che nell’appartamento accanto è venuto ad abitare nientemeno che Leander Starr, regista di fama indiscussa e d’astuzia ancor più notevole.
Conosciuto anni prima in un locale fumoso di Durban, tra navi in partenza e personalità in arrivo, l’artista dal carattere volitivo e Dennis si erano poi rincontrati a New York, dove il primo aveva convinto il secondo a lavorare per lui ad un progetto teatrale, salvo poi scomparire nel nulla prima del dovuto pagamento.
Nonostante la ferma intenzione di non lasciarsi coinvolgere in altri progetti, Dennis viene trascinato in una serie di cene, cocktail, feste di ogni genere dall’affascinante furbacchione. Personaggi stravaganti e di dubbia fama entrano ed escono dall’abitazione del regista, come il denaro, del resto; finché l’affabulatore, il fascinoso Starr, reduce da una serie innumerevole di matrimoni, riesce ad organizzare la lavorazione di quello che sarà il Film del Secolo.

Con un umorismo sottile ma trascinante al punto da non permetterci di leggerlo in luoghi pubblici, l’autore-protagonista di “Genio”, dopo averci fatto conoscere la lussuosa mondanità di “Zia Mame”, dopo averci introdotto nella casa e nella vita paradossali di “Povera piccina”, ci trasporta nel mondo incantato dei film Hollywoodiani, creando un personaggio tanto assurdo da diventare realistico: Leander Starr, ovvero, come girare un film con un gruppo di peones, un ex-moglie, una fidanzata, una figlia di cui si ignorava l’esistenza, un esattore delle tasse, un segretario e una Grande Star del cinema decisamente sul viale del tramonto. Un’impresa impossibile per chiunque, tranne che per un inconfutabile “Genio”.

 

lunedì 11 febbraio 2013

Joanne Harris, Il giardino delle pesche e delle rose, Garzanti


Tutto all’apparenza è rimasto come prima: il paesino di Lansquenet, con le case in pietra, sparse lungo il corso della Tannes, la chiesa e i fedeli racchiusi nella loro piccola mediocrità,  la casa galleggiante e il vento. Soprattutto il vento. In estate, nella piana francese, soffia l’Autan, le vent des fous, il vento dei folli. E come otto anni prima, è ancora il vento a richiamare Vianne Rocher, a portarla via dalla Parigi che l’ha accolta dandole un nuovo futuro.
E’ il vento a ricondurla ai suoi vecchi amici, ai suoi sospettosi e pettegoli compaesani, nell’unico posto in cui si era sentita a casa: Lansquenet. Lì, in quelle case di pietra, tra quei vicoli lastricati di porfido, aveva aperto la Céleste Praline, la bottega di “Chocolat”. Il richiamo è forte e imprevedibile, giunge per lettera da una voce ormai scomparsa, quella della sua amica Armande, spavalda distruttrice di regole e convenzioni. “C’è bisogno di te”, un richiamo impossibile da ignorare per la generosa Vianne, che con Anouk e Rosette, le sue due figlie, lascia Parigi e torna là dove tutto sembra rimasto immutato, dove invece è tutto profondamente cambiato.
Les Marauds, quartiere zingaro lungo la volubile Tannes, è divenuto il rione islamico, con la moschea e il minareto. Inutili gli sforzi di père Henri Raynaud di assorbire pian piano i suoi residenti nella quiete delle abitudini locali; inutili anche le mediazioni del vecchio Majoubi, pacifico capo della comunità, che non vuole il niqab per le donne e legge Victor Hugo. Giorno dopo giorno gli equilibri si sfaldano, i pregiudizi diventano rancori, le malelingue trovano di che nutrire la loro curiosità maligna.
Al suo arrivo Vianne trovai muri della sua vecchia chocolaterie bruciati da una mano ignota, la sua amica Josephine ancora nel bar che detestava, le giovani donne della comunità dei Marauds soggiogate dal potere di una misteriosa figura femminile e dal fascino di Karim, un uomo bello e misterioso. E a Vianne il compito di cercare il bandolo di questa intricata matassa.

I  fedeli lettori di Joanne Harris ritrovano in queste sue ultime pagine tutte le atmosfere dei precedenti romanzi; i profumi delle stagioni e i cibi delicati o decisi delle sue ricette.
Forse, però, proveranno un pizzico di delusione: la trama stenta a decollare, con mille giri attorno al vento, ai colori delle persone, alle sensazioni di Vianne. I momenti chiave del romanzo vengono inframmezzati da descrizioni talvolta ripetitive e i personaggi, comunque interessanti e colmi di fascino, sono troppi e, soprattutto nel caso di quelli femminili, troppo simili. Anche la terminologia islamica è in qualche caso eccessiva, tanto da sembrare un’ostentazione e da risultare quasi un ostacolo allo scorrere della trama.
Tutto ciò non è, però, che un lieve intoppo in un romanzo tuttavia piacevole, ma che, con un centinaio di pagine in meno, sarebbe risultato decisamente ottimo.

giovedì 7 febbraio 2013

Michael Crichton e Richard Preston, Micro, Garzanti


Quando seppi della morte di Michael Crichton ne rimasi molto colpita e amareggiata.  E’ sempre un dispiacere la scomparsa di un uomo di sessantasei anni, soprattutto dopo la sofferenza di un cancro, anche se la persona in questione non è un nostro amico e neppure un conoscente. Ma nel suo caso sentivo un legame, non giustificato da conoscenza diretta, eppure forte. Le sere passate in compagnia dei suoi romanzi, la curiosità che mi mettevano le sue trame, il desiderio di conoscere che le spiegazioni scientifiche dei suoi intrecci mi scaturivano, lo avevano trasformato, da semplice, freddo autore, a compagno di piacevoli conversazioni, non meno coinvolgenti perché immaginate.
Una lezione che tutti dobbiamo imparare dalla vita è che nessuno è indispensabile, certo;  ma che qualcuno sia così unico da lasciare un vuoto alle sue spalle è altrettanto sicuro.
E’ con questa sensazione, quindi, che ho affrontato la lettura di “Micro”, il suo ultimo romanzo, a cui stava lavorando quando la malattia lo vinse. Era riuscito a scriverne solamente un terzo, durante le cure per il cancro, e a stenderne un abbozzo di trama.
Quando lo scrittore Richard Preston  venne contattato dall’agente di Crichton per completare il suo romanzo, fu avvinto dalla trama e, nonostante alcune perplessità, accettò. Ma durante la stesura fu coinvolto a tal punto da non riuscire egli stesso a definire ora quante delle pagine, che compongono il libro, siano sue e quante da attribuire al grande autore che ammirava. E lo stesso avviene adesso al lettore.
- Le parole da lui scritte – spiega Preston in un’intervista a “USA Today”, - sono quelle di un uomo geniale, in corsa contro la morte. –
Un uomo dalla mille idee, che sapeva di dover rinunciare ad un progetto, ma che ha lasciato appunti a sufficienza perché qualcun altro lo raccogliesse.
Preston ha affrontato quel compito. 

Sette giovani scienziati vengono contattati dal proprietario di una industria che si occupa di nanotecnologie sull’isola di Oahu, nelle Hawai. Lo scetticismo dei ragazzi è vinto dalla prospettiva di un guadagno corposo e tutti decidono di andare di persona a controllare. Il giorno prima della partenza, però, uno di essi riceve un messaggio dal fratello, socio in affari del proprietario, con le semplici parole: “Non venire”, da un telefono ormai irraggiungibile.
Lo scienziato affretta invece la partenza, ma al suo arrivo riceverà una brutta notizia: suo fratello è morto in un incidente. Cominciano le indagini, ma ben presto i ragazzi si ritrovano nella fabbrica di nano robot, e loro stessi protagonisti di un rimpicciolimento mostruoso.

Un “Jurassic Park” al microscopio, che farà rimpiangere agli appassionati il prossimo libro di questo autore, che non uscirà.

 

sabato 8 dicembre 2012

Catherine Dunne, Quel che ora sappiamo, Guanda


La lettura dell’ultimo romanzo di Catherine Dunne non si affronta a cuor leggero. Da sempre impegnata nell’esaminare sentimenti profondi e complessi, l’autrice irlandese affronta in questa ultima opera il tema dilaniante del suicidio adolescenziale. Con una scrittura essenziale, tanto perfetta da venire dimenticata, esamina i meccanismi psicologici che portano una famiglia allargata a dover affrontare un lutto lacerante.
I genitori di Daniel, un meraviglioso ragazzo di quattordici anni e mezzo, sono in gita in barca a vela quando una sensazione, quasi una premonizione, li fa correre a casa.
Da quel momento il tempo pare sospeso e la narrazione passa di voce in voce, percorrendo le vite precedenti dei membri di quella famiglia, così normale nelle sue particolarità, fino a quel giorno funesto.
Grande protagonista di questa prima parte, filo conduttore di tutte le vicende, è Patrick, il padre di Daniel. Giovane marito infedele, cambia vita grazie all’aggressività della sua piccola primogenita, con cui resterà tuttavia in conflitto per molti anni. Rimasto vedovo, crolla nella totale apatia finché una donna di vent’anni più giovane lo riporta alla vita, e alle responsabilità che aveva dimenticato. La sua seconda vita scorre in parallelo a quella delle sua figlie: i nipoti crescono insieme al suo ultimogenito, Daniel, in una famiglia in cui le relazioni sono più un dovere che uno spontaneo piacere.
Ma ecco che la tragedia si consuma, la semplice routine, in cui la più piccola dissonanza sembrava una seccatura, viene squarciata e il vero dolore mostra la piccolezza dei rancori mai sopiti.
La seconda parte del romanzo affronta la lotta dei genitori devastati, il loro faticoso cammino fortificato dalla ricerca di una giustizia che non diventa mai vendetta. Qui la Dunne guida il lettore in un mondo di amicizia e solidarietà, tanto quanto, nelle pagine precedenti, lo aveva fatto soffrire con meschinità e cattiverie. Compaiono personaggi che sembrano marginali, ma che invece sono il fondamento per una nuova speranza.

Una lettura che affascina, colpisce e lascia un segno profondo.

 

giovedì 29 novembre 2012

Garth Stein, Cose da grandi, PIEMME


La vita di Evan è basata su pochi punti fermi: la chitarra, il suo gruppo rock, qualche amico e nessuna relazione sentimentale. Ad alterare questa linearità, questa monotonia costruita con tanta costanza, ci sono elementi di forte disturbo: in primo luogo l’epilessia, la malattia vergognosa che i suoi genitori perfetti, rispettati ed ammirati in tutta Seattle, gli hanno insegnato a nascondere. Poi il meraviglioso fratello, con la sua bella famiglia, il suo stimabile lavoro, la bella casa.
Evan cerca di ignorare questi intoppi, di vivere alla giornata, attaccandosi alle gioie del momento: i concerti, le prove in sala di registrazione, qualche cibo esotico. Meglio non imporsi troppe regole, lasciare che la vita scorra, libera da progetti e pianificazioni.
Peccato che la vita non sia della stessa idea e che, in un torrido giorno d’estate, Evan debba assistere al funerale di Tracy, la madre di suo figlio Dean. Non lo vede da quattordici anni, da quando era un urlante neonato nella nursery dell’ospedale. Poi Tracy è sparita, semplicemente, lasciando una casa deserta e vuota e lui non ha più avuto sue notizie fino ad oggi, quando riceve una telefonata: un camion l’ha travolta e uccisa.  
Ora suo figlio è lì con lui, gli stringe la mano e non lo respinge; Evan vuole conoscerlo, passare un po’ di tempo con quel ragazzo sconosciuto. Non troppo, qualche giorno a girovagare per centri commerciali e luna park, ad ascoltare concerti e suonare nella casa di registrazione del suo gruppo. A fare le stesse cose di sempre, insomma, come due amici che vogliono divertirsi. Del resto lui non è in grado di badare ad un figlio, a malapena riesce ad essere autosufficiente, a non ammazzarsi in auto in preda alle convulsioni. Non è questo che gli ripete sempre sua madre, offrendogli un aiuto che Evan non desidera? Non è questo che gli ha insegnato Tracy allevandosi da sola il bambino?
Come può pensare di fare il padre quando è ancora un bambino egli stesso, che si autocommisera ripensando in continuazione alle sue sventure passate e si crogiola nel rancore? Anche Mica, la meravigliosa ragazza che sembra attratta da lui, ha tutta l’autorevolezza di una madre e Evan vede in lei la possibilità di un futuro, quindi un ennesimo intoppo.
“Cose da grandi” è un romanzo scorrevole, che analizza con semplicità un rapporto tra uomini che, al contrario di quanto afferma l’autore, non sono “geneticamente progettati per non parlare di poesia” e di sentimenti.

 

lunedì 5 novembre 2012

Sarah Rayner, Un attimo, un mattino, Guanda


Il sette e quarantaquattro per Victoria Station è partito in orario; a bordo i soliti passeggeri annoiati, sonnecchianti o intenti a lasciar scorrere il panorama oltre i vetri, per poter pensare alla giornata lavorativa che sta cominciando.
Lou osserva gli altri passeggeri: le piace immaginarsi le loro vite, i diversi caratteri: del resto è il suo mestiere, la psicologia.
Anna, poche carrozze più avanti, sta sfogliando serenamente una rivista di moda; per lei, copywriter impegnata, la mattina è piacevole dedicarsi al gossip e agli abiti appena comparsi nelle vetrine.
Poi, all’improvviso, il mondo si ferma: l’uomo di fronte a Lou, così affettuoso con la moglie seduta al suo fianco, si accascia all’improvviso. E tutto cambia per sempre.
Assistiamo con angoscia ai primi, inutili, soccorsi a quell’uomo, con lo sguardo ansioso ma distaccato di Lou. Ci allontaniamo con un po’ di apprensione dalla scena, per poi ritrovarci immersi nella sua storia, nella sua stessa vita ormai al termine. Con le regole assurde dei giochi del destino, Lou conosce Anna, prima ancora di sapere che è la migliore amica della donna che ha appena perso il marito in modo così inaspettato.
I minuti seguenti, le ore, i giorni delle tre donne si legheranno in modo imprevedibile; gli avvenimenti dolorosi che le coinvolgeranno le porteranno a conoscersi ben al di là degli affrettati giudizi apparenti. Il lutto profondo che ognuna di loro dovrà affrontare in modo diverso, le porterà a comprendere la grande statura morale di quell’uomo, e ad accettare le sfaccettature della natura umana.

Un libro che sfiora nervi scoperti, che porta la nostra sensibilità al limite del dolore, ma senza compiacersi nella sofferenza. Sarah Rayner analizza i sentimenti più profondi eliminando i falsi pudori: l’amicizia tra donne, l’amore coniugale e filiale, la solitudine e l’inadeguatezza sono sezionati e ricomposti, in un scrittura veloce e schietta, mai scontata.
 

 

mercoledì 31 ottobre 2012

Ken Follett, L'inverno del mondo, Mondadori


Di Ken Follett tutto è stato detto; su ogni settimanale, quotidiano o mensile d’Italia è comparsa una recensione del suo ultimo romanzo; eppure in qualche modo sento la necessità di parlarne, e bene.
Certamente non è una lettura che consiglierei a chiunque: le 956 pagine scoraggiano il lettore distratto e saltuario; i quasi cento personaggi, senza contare le comparse, possono preoccupare e intimorire. Eppure penso che ne valga veramente la pena.
Dopo aver lasciato a malincuore nella “Caduta dei giganti” i soldati, le loro mogli, i politici e i trafficoni al loro destino, li ritroviamo nel 1933, alle soglie della vittoria elettorale di Hitler, nel momento più cruciale della storia dell’Europa e del mondo.
Ken Follett ci guida attraverso gli anni più bui del Novecento portandoci nelle case di Berlino dei socialdemocratici che assistono raggelati all’ascesa delle camicie brune; ci mostra le difficoltà via via più assurde di un medico ebreo alle prese con le devastazioni delle leggi razziali. Ci fa conoscere un sindacalista inglese e, attraverso i suoi occhi, ci mostra le debolezze che permisero al fascino nazista di insinuarsi anche nelle menti di alcuni cittadini britannici; ci fa comprendere l’ardore che spinse giovani antifascisti di ogni nazionalità ad opporsi al franchismo nascente, combattendo a fianco del governo ufficiale spagnolo.
Leggendo le frasi scorrevoli ed avvincenti, guidiamo frenetici un’ambulanza nelle strade bombardate di Londra, passeggiamo sereni nei viali della base militare di Pearl Harbor, restando sbalorditi all’arrivo degli aerei giapponesi, attraversiamo la manica attraverso le nuvole in tempesta per gettarci con il paracadute sul territorio francese occupato dal’esercito tedesco. E infine, vediamo le rovine di Berlino e la magrezza delle vedove farsi contrasto alle parole tronfie dei politici, pronti a spartirsi la Germania come vincitori.
La storia delle nostre conoscenze scolastiche prende vita, salta fuori dalle pagine e ci trascina, anche a riprendere in mano libri impolverati negli scaffali.

 

venerdì 5 ottobre 2012

John Graham Davies, Ho battuto Berlusconi!, 66th and 2nd


Immaginate un pub a Liverpool, buio e affollato; si beve birra scura, si parla a voce alta, si ride. Ad un tavolo c’è un gruppo di amici; discutono di calcio, di allenatori, azioni perfette, memorabili trasferte. Ogni tanto il volume cresce, cadono pugni sul tavolo, esclamazioni sguaiate commentano la situazione economica difficile, il lavoro che non c’è, i sussidi statali che tardano. Poi scende il silenzio, la mente ritorna agli anni bui del governo Thatcher, agli incidenti negli stadi. Qualcuno fissa il boccale, qualcun altro scuote la testa; una pacca sulla spalla, un “altro giro, offro io” e di nuovo si ride e si urla.
Il lungo monologo di Kenny, protagonista di “Ho battuto Berlusconi”, è come un’intera tavolata di amici ciarlieri e brilli. Leggendo le parole di John Graham Davies, sembra di ascoltare il tono di voce dell’unico attore in scena che interpreta tutti i personaggi, e non pare nemmeno necessario guardare le immagini che, nelle rappresentazioni teatrali, vengono proiettate sullo sfondo, rendendo sicuramente ancora più coinvolgenti le battute.
Kenny è, frase dopo frase, suo padre, sua moglie comprensiva ma sanguigna; è Minty, l’amico spacciatore; è un direttore di banca, un tifoso, un poliziotto; è un ragazzino di periferia, un giovane disoccupato, un padre pieno di debiti e sogni, pronto a tutto per seguire la squadra del Liverpool anche ad Istanbul.
L’umorismo di Davies è politicamente scorretto, anche volgare; incarna perfettamente lo spirito scouse, cioè di Liverpool, come spiegano Pietro Deandrea e Marco Ponti, i traduttori, nella postfazione del libro.  Un umorismo ben lontano da quello inglese, ma perfettamente in sintonia con un pubblico italiano. E con l’Italia il libro ha un legame notevole, a cominciare dagli eventi tragici narrati da Kenny, come la tragedia dello stadio Heysel di Bruxelles, per finire con la clamorosa sconfitta di Berlusconi, in qualità di proprietario del Milan.
Tra le frasi spassose o malinconiche, in mezzo agli eventi della politica britannica degli ultimi quarant’anni, serpeggiano i grandi successi calcistici della sua squadra del cuore; raccontati, anzi, vissuti in modo trascinante, anche per chi, come me, pensa che il calcio sia quello che si giocava nel prato dietro casa, con un pallone di plastica Tango.

 

martedì 24 luglio 2012

Ronald E.Capps, Una canzone per Bobby long, Mattioli

Vivere ai margini della società è una frase che definisce la società come un insieme chiuso, con dei confini, dei limiti, oltre i quali si è qualcos’altro. E cos’altro? Le denominazioni si sprecano: irregolari, extracomunitari, borderline, emarginati, perdenti e chissà quante altre che Bobby Long, esimio ex-professore universitario, sarebbe in grado di dare e di contestare nello stesso momento. Forse è proprio per questi confini che lui e Byron, ex-insegnante alcolista, sono usciti dalla società stessa, probabilmente senza neanche rendersene conto. Le loro giornate si trascinano tutte uguali, nei sobborghi di una New Orleans ancora non devastata da Katrina, in stanze scrostate, senza letti o tavoli, ma piene di libri e bottiglie vuote. Le donne si offrono alle loro voglie insaziabili sentendo un fascino che la sporcizia e l’alcol non hanno cancellato.
In questo mondo a parte, l’ingresso della sedicenne, splendida, Hanna è un vento fresco, una primavera lenta ad arrivare ma persistente. E’ la figlia di Lorraine, bulimica amante di entrambi gli uomini, morta di infarto, piena di rimpianti per la figlia.
Con la tranquillità dei personaggi di Steinbeck, Bobby e Byron si prendono cura della loro”passerina”. Con un secondo fine? Può darsi, ma spesso è difficile, per chi ha deciso di dimenticare le regole della vita civile, accettare le proprie qualità.




Da questo romanzo è stato tratto, nel 2004, un ottimo film, uno dei pochi film che superano, per bellezza e completezza, il libro. In questa versione, Bobby e Lawson non sono solo amici, ma professore e assistente, ambedue cacciati dall’università. C’è tra loro un rapporto di dipendenza, alimentato da sensi di colpa, che trascina entrambi senza apparente redenzione, in lunghe giornate di apatia amara.
L’apparire di Purslane, il cui nome vuole evocare la delicatezza e perfezione della ragazza, sarà la scintilla che farà scoppiare il loro fragile equilibrio, donando loro l’occasione per uscire da una vita inutile e disperata.
Grazie alla fotografia spettacolare, alle musiche e ai caratteristi, la cui recitazione non è mai eccessiva, il romanzo di Ronald Everett Capps acquista un calore tipico degli stati del sud. Le citazioni letterarie e i dialoghi curatissimi rendono viva e plausibile una favola contemporanea a lieto fine.

sabato 14 luglio 2012

Anne Tyler, Guida rapida agli addii, Guanda

Ogni singola vita può essere raccontata come un romanzo; ma quando si tratta della vita semplice di un uomo normale, che nelle sue peculiarità non ha nulla di emozionante ed originale, solo un grande scrittore riesce a trasformare la quotidianità in narrazione.
Aaron è impiegato nella casa editrice di famiglia, una azienda che si occupa di pubblicazioni a pagamento e di manuali di facile vendita. Ha un leggero handicap di cui non sembra preoccuparsi, salvo poi irritarsi quando qualcuno glielo fa notare; una sorella protettiva che lavora con lui, di cui però teme da sempre il giudizio;  una bella casa e una moglie. Ma questo solamente ad un primo, superficiale sguardo.
A trentacinque anni resta vedovo, a causa di un incidente banale ed evitabile. La sua vita, al contrario di quello che potrebbe accadere, non viene sconvolta, ma, giorno dopo giorno, subisce mutamenti appena percettibili, eppure radicali. Lasciandosi trascinare dal destino, senza opporre una troppo vigorosa resistenza, Aaron si trasferisce da sua sorella e inizia suo malgrado la ristrutturazione della casa. Dopo un periodo di solitudine, ricomincia a frequentare gli amici e i parenti, non più, come in precedenza, in modo passivo, ma scegliendo il modo e il momento.
In questo percorso, ad un tratto, compare la figura di Dorothy: non un ricordo sfumato, ma una vera persona, che gli appare al fianco nei luoghi più improbabili. Poche frasi pronunciate dalle sue labbra saranno il punto d’avvio per una riflessione sempre più cosciente di quel che era il loro matrimonio, fino a condurre il protagonista ad una consapevolezza mai conosciuta.

giovedì 28 giugno 2012

Eowyn Ivey, La bambina di neve, Einaudi

Pubblicato su Corriere della sera, La Lettura, 12 febbraio 2012

Quanto può influire il desiderio di maternità sulla vita di una donna? Come può essere stravolto il destino di una coppia felice dalla mancanza di un figlio? Molto, indubbiamente, ma forse ancor di più se la coppia in questione non è più giovane e vive all'inizio del secolo scorso. Mabel è una donna benestante, con una solida cultura; Jack proviene da una famiglia di contadini, ma la loro è un'unione ben riuscita, al di là della previsioni familiari. Eppure l'assenza di figli li espone al mondo come marchiati dalla vergogna, rendendo insopportabili le riunioni di famiglia e gli incontri con le coppie appagate degli amici. Finalmente Mabel porta avanti una gravidanza, tra i timori e le aspettative, ma il figlio nasce morto. La spaccatura è incolmabile nel suo cuore e i due decidono di lasciare il mondo civile, per nascondersi nelle fredde e inospitali terra d'Alaska. Mabel, dapprima distrutta, pian piano si risolleva e una sera d'autunno, con la prima neve, ritrova la complicità con il marito e costruisce con lui un pupazzo. E' solo l'inizio di un romanzo coinvolgente e impeccabile, che sposta il baricentro del lettore mostrandogli i lati spesso oscuri della psiche umana, e riducendo all'osso, grazie all'atmosfera scabra e genuina delle foreste dell'Alaska, i sentimenti. L'amore e l'amicizia diventano i veri protagonisti di questo libro, nonché gli unici motori dell'esistenza.

martedì 26 giugno 2012

Enrico Camanni, Il ragazzo che era in lui, Vivalda


Per la terza volta Enrico Camanni ci fa condurre sulle montagne da Nanni Settembrini, torinese trapiantato come guida a Courmayeur, capo della stazione di Soccorso Alpino della stessa città, conoscitore delle cime e delle loro storie.
In un luglio tiepido, in cui l’estate sembra indecisa se arrivare o meno, Nanni parte per le Dolomiti; la scusa accompagnare tre fedelissimi clienti di Ivrea, il motivo reale una delle sue tante fughe, quelle che la ex-moglie Clara non tollerava, quelle che Camilla ha imparato a rispettare.
La montagna è affascinante, il rifugio accoglie e incoraggia: con i quattro della comitiva, cenano due ragazzi, Luca e Marco, due giovani che abbiamo incontrato all’inizio del romanzo, in un parallelo tra il giovane Nanni, contestatore sessantottino, e gli universitari in rivolta per i tagli della riforma scolastica.
Nanni vede nei due ragazzi la sua stessa determinazione degli anni giovanili: una caparbietà mista all’energia sfrenata; li sente vicini, li ammira. Per questo, quando il giorno dopo la sua comitiva viene sorpresa da un violento temporale estivo sulla via ferrata degli Alleghesi, sul crostone della Civetta, non può non preoccuparsi per i due arrampicatori, in pericolo sul diedro Phillip: quaranta tiri di corda per arrampicatori esperti e “cattivi”.
Ma la salita non è solo avventura, esercizio fisico e tecnica, è anche un modo di affrontare la vita; Settembrini, pensando ai due ragazzi, pensando a sé stesso ragazzo,  capisce senza rimpianti che non c’è niente che possa riportare un adulto alla “verginità dell’esperienza”, al ragazzo che era in lui.

lunedì 25 giugno 2012

Kate Morton, Una lontana follia, Sperling


Ci sono avvenimenti storici che restano nell’immaginario collettivo per decenni, per secoli, che vengono tramandati dalle generazioni e, creando miti moderni, intrecciano le storie famigliari alla storia mondiale. Uno di essi è la Battaglia d’Inghilterra, il gesto abominevole dell’esercito nazista che, dopo mille anni da quella battaglia di Hastings, combattuta sul suolo britannico da Guglielmo il Conquistatore, riportò per la prima volta una guerra direttamente nelle case degli inglesi.
Molti romanzi hanno come punto di  partenza la fuga dei bambini da Londra, e la loro accoglienza da parte degli abitanti dei paesini di campagna. Da “Pomi d’ottone e manici di scopa” a “Le cronache di Narnia”, quel lungo periodo fiabesco ha creato una sorta di mondo magico, di quinta dimensione in cui tutto è possibile.
La lunga narrazione di “Una lontana follia” è articolata su diversi livelli temporali, intrecciati e collegati l’uno all’altro, ma il fulcro della vicenda è situato in quei giorni terribili, in cui Londra fu bombardata dai tedeschi, e i genitori londinesi preferirono separarsi dai loro figli, per vederli al sicuro nella campagna, lontano dalle bombe.
Meredith, la madre della protagonista e narratrice, è uno di quei bambini. Nel 1939 sale sul treno che la porterà a Middlehurst, ospite in un castello magnifico. In quel maniero vivono tre sorelle, a cui Meredith si affezionerà al punto di non voler più tornare a Londra.
Ma i genitori non vogliono sentir ragioni e la riporteranno a casa, senza capire che Meredith non è più la ragazzina che ha lasciato Londra e che le tre sorelle hanno instillato l’amore della parola, della letteratura nella sua mente.
Di tutto questo la figlia Edith non sa nulla, quando, una banalissima domenica, si trova a casa dei genitori, proprio nel momento in cui viene recapitata alla madre una lettera scritta cinquant’anni prima e mai consegnata, che avrebbe sicuramente cambiato il suo futuro.
Come in una caccia a tesoro, Edith parte da quella lettera misteriosa per cercare di riallacciare un rapporto profondo con la madre, sempre più lontana ed assente. Vedrà il meraviglioso maniero, conoscerà le tre sorelle ormai molto anziane, scoprirà via via tracce della loro e della sua vita seguendo il percorso di un libro che, fin dalla sua infanzia, ha fatto da leit motiv delle sue fantasie letterarie: “L’Uomo del fango”.
Con una scrittura ricca, curata, mai monotona, Kate Morton disegna situazioni e paesaggi gotici, che richiamano la sua formazione di studiosa dell’epoca vittoriana. I suoi personaggi vengono tratteggiati nel corso dei capitoli, con un alternarsi temporale della narrazione, che porta il lettore dal mondo cupo e tragico, seppur affascinante, della seconda guerra mondiale, al presente dell’Inghilterra del 1992, creando e svelando misteri.

Un romanzo semplice e scorrevole, una lettura leggera ma che lascia il segno.
Un’unica curiosità resta inappagata: riusciremo mai a leggere “L’Uomo del fango”?

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