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mercoledì 4 settembre 2019

Un sabato alla volta


Questa è la stagione che preferisco, o meglio, è l’attesa della stagione che preferisco. Leopardi aveva compreso bene quanto sia piacevole pregustarsi la festa, o la domenica, o una qualunque gioia. Il mio sabato dura tutto agosto. Quando la temperatura raggiunge le sue vette più alte, quando l’erba brucia nei prati, le zanzare la fanno da padrone nelle nostre serate, io aspetto. Come un rospo accosciato guarda la mosca avvicinarsi, io osservo le ombre farsi oblique, la sera accogliere aria più fresca, le prime piogge leggere bagnare la foglie ancora verdi e splendenti. E pregusto.
Questa mattina le finestre spalancate regalano basse nuvole bianche, che sembrano sdraiarsi sulla cima del crinale di fronte. Il bosco dietro casa profuma di funghi e i ricci sui castagni si gonfiano a vista d’occhio. Io, con addosso una t-shirt, penso ai maglioni, al fuoco scoppiettante, alle lunghe camminate sotto la pioggia che non inzuppa, ma gela. Preparando l’insalata per pranzo, penso alle caldarroste cotte in cortile, alle polente, alla bagna caoda con gli amici.
Non mi spingo oltre. Ci sarà tempo per pregustare la neve, il caminetto acceso con gli addobbi natalizi, il freddo sul viso di una discesa sugli sci. 
Un sabato alla volta, signor Leopardi!


martedì 20 agosto 2019

Nebbia


Diceva Audrey Hepburn nel meraviglioso film Sabrina che, se si vuole davvero vivere Parigi, bisogna vederla in un giorno di pioggia, passeggiare senza meta e senza ombrello tra le sue vie imprevedibili, sentire il brivido di una goccia che cade nel colletto, il profumo delle foglie bagnate nei mille parchi cittadini.
Se si vuole gustare davvero la montagna, bisogna vederla almeno una volta immersa nella nebbia. 
La nebbia può far paura, è vero, può confondere, sviare, far perdere il sentiero. Bisogna conoscere la montagna, per non temere la nebbia; bisogna sentirla arrivare, aspettarla, non farsene travolgere. Allora la nebbia ci accoglierà come un'amica, ci avvolgerà con il suo abbraccio leggero e freddo. 
La nebbia va attesa in un luogo sicuro, a pochi passi dal rifugio, dal sentiero ben tracciato. 
Nei mesi più caldi, la troverete vicino ad uno specchio d'acqua, nelle tarde ore del pomeriggio. 
Sedetevi su un masso, lasciate che il tempo scorra senza fretta. Osservate il liquido semitrasparente, le rocce che sembrano chiamarvi dal fondo, invitarvi a togliere gli scarponi, a saggiare con le dita dei piedi il gelo di quell'acqua. 
Ecco, il centro del laghetto sta diventando confuso, la superficie si è dissolta in vapore freddo, le nuvole sembrano scese a raccogliervi, ad avvolgervi. Cosa intravedete? Una figura sembra avvicinarsi... no, è soltanto un'ombra. Là, nelle acque più profonde, c'è un pesce o forse un ramo...
I vostri sensi sono tesi, il silenzio nasconde qualche piccolo rumore, vedete minuscole onde incresparsi sulle rocce sotto di voi, sentite tutti i movimenti dell'aria attorno al vostro corpo e ogni respiro è un brivido.
Alzate lo sguardo: tutto intorno solo vapore, nuvole, grigio. È ora di tornare sui vostri passi, di ripercorrere i pochi metri che vi ricondurranno al sentiero, al rifugio, al caldo e alla luce.
E una volta giunti, sentirete già nostalgia della montagna e della sua nebbia.


lunedì 5 agosto 2019

Agosto


Agosto, che mese spettacolare! È il migliore dell’estate, il momento in cui le catene produttive si fermano e chiunque, anche chi non potrebbe farlo, si sente in vacanza. Il caldo raggiunge le quote più alte dell’anno, appagando i cronisti dei Tg, che possono così riempire i vuoti di notizie con dati e cifre record.
Sulle spiagge, almeno così ricordo, la sabbia scompare, ricoperta da una miriade di corpi assetati di raggi ultravioletti. Nelle città, turisti indolenti vagano tra opere d’arte e chioschi di bibite e gelati, indossando stoffe leggere e fiorate e calzando orribili sandali. Qui in montagna i boschi sono esplosi in tutto il loro vigoroso splendore, la vegetazione è densa e profumata, e promette frutti autunnali a volontà. Si passeggia volentieri anche nelle ore più calde, sotto i rami ombrosi e umidi. Si raggiungono le cime con entusiasmo, sapendo che lassù la temperatura sarà molto più fresca. Anzi, fredda.
Ecco, questo è il motivo per cui amo agosto, da quando vivo quassù, perché ci coccola col suo caldo, ma senza più spaventare. Alla sera, durante la cena in cortile, fa arrivare il buio sempre più presto, togliendo ferocia all’afa pomeridiana. Al mattino trattiene il sole dietro il crinale per un attimo in più ogni giorno, lasciando entrare dalle finestre un fresco che potremo conservare tutta la giornata.
Ed ecco un temporale improvviso, le gocce pesanti bagnano il terreno e l’asfalto e, una volta tornato il sereno, il caldo ha perso mordente e cattiveria. Però si può tornare fuori, apparecchiare alla luce di lampade rustiche e ridere fino a tardi con gli amici, magari buttandosi una coperta sulle spalle, per fare le ore piccole ascoltando le cicale quasi stanche.
Qui a 901 metri, un giorno di pioggia in agosto fa tirar fuori dall’armadio quel golfino leggero che non avevamo messo in naftalina, fa venir voglia di bruciare qualche ramo secco nella stufa, anche solo per profumare la casa.
E poi il mese di agosto è quello in cui compio gli anni, e non sarà mica per niente che mi piace.

venerdì 25 dicembre 2015

La notte di Natale

Il piccolo campanile era finalmente visibile. Dopo quasi due ore di cammino, la chiesetta era spuntata dietro una costa rocciosa e con essa la bassa costruzione addossata al suo fianco, come una protuberanza.
Non era stanco, nonostante il terreno fosse gelato e avesse lasciato la strada asfaltata almeno un’ora prima, per seguire il sentiero che si inerpicava nel bosco. L’aria era gelida e gli sferzava il volto non appena il percorso abbandonava gli alberi per qualche metro di radura. Il sole era tramontato già da tempo, ma una luna piena luminosa lo accompagnava sorniona, incurante del suo destino.
Luca si concentrò sui suoi passi, tentando di scacciare l’amarezza; rocce ghiacciate, foglie secche ricoperte da un leggero strato di brina, qualche radice affiorante e scivolosa. Non era mai stato lì con Beatrice, che amava le cime, le camminate impegnative, i rifugi d’alta quota. Nella bella stagione si poteva arrivare con la macchina a pochi passi dallo sperone di roccia su cui la chiesetta era stata edificata, e l’unica attrattiva era l’ampio panorama che si vedeva da lassù, attrattiva che non riusciva a catturarla. Con lei le montagne dovevano essere una palestra, un’avventura, talvolta una sfida.
Il piede scivolò su un grosso sasso e Luca tornò a concentrarsi sulla meta, ormai a poche decine di metri. Sapeva che la porta era aperta: non c’era nulla da rubare là dentro e l’eremita che aveva abitato lì fino a qualche anno prima aveva sempre accolto chiunque passasse, per caso o per scelta. Un po’ di pane, un formaggio d’alpeggio e un pintone di vino non sempre favoloso diventavano uno spuntino o una cena da condividere con lui, scambiando quattro parole schiette, mai banali. Poi se n’era andato, chissà perché.
Aprì la porta con una lieve spinta ed entrò, accolto da un odore di umido che non gli dispiacque. La chiesina aveva soltanto due panche e un tavolo, con un crocifisso formato da due rami; Luca fece un rapido segno di croce, reminiscenza degli anni infantili, ed entrò nella stanza a fianco. La stufa in ghisa era arrugginita, ma la legna era accatastata lì vicino, asciutta e abbondante. L’indomani sarebbe toccato a lui ripristinare le scorte. Non faticò ad accendere il fuoco, che prese subito vigore e diffuse un piacevole tepore nel minuscolo spazio.
Si sedette sulla branda ed estrasse dallo zaino il pane, il salame e l’immancabile coltellino Opinel, un pasto ben diverso da quello che aveva programmato: poche portate gustose in un ristorante raffinato e non troppo esotico, vino corposo e atmosfera intima, da ricordare per sempre. Beatrice avrebbe apprezzato la semplice eleganza e sarebbe stata piacevolmente sorpresa quando lui, con molta serietà, avrebbe estratto la scatolina di tasca e pronunciato le parole che potevano unire i loro destini. L’inizio della loro nuova vita la notte di Natale, la magia e l’amore, per sempre. Ma lei aveva rifiutato l’invito, con parole gentili ma definitive, senza presagire che con quel rifiuto ne aveva evitato un altro ben più doloroso.
Stranamente non fu il viso della ragazza a tornargli in mente in quel momento, ma i sorrisi dei suoi amici, che avevano organizzato la solita cena della vigilia. In quello stesso momento stavano stappando bottiglie e ingozzandosi di lasagne, arrosto e purè con le loro ragazze, mogli e, nel caso di Marco e Giulia, con i due bimbi assopiti sul divano. Aveva rifiutato il loro invito ammiccando e non c’era stato bisogno di altre parole.
Tirò su col naso le lacrime che avevano cominciato a pungere contro le palpebre. Forse non era stata un grande idea, venire fin quassù tutto solo, seguire l’impulso di un attimo che lo trascinava verso una fuga dalla realtà. Per un istante, al momento di scendere dalla macchina, ci aveva ripensato e aveva fatto dietrofront, ma poi si era reso conto di quanto la sua compagnia potesse risultare pesante quella sera, e aveva spento il motore.  Ora, nel buio di quella stanzetta, con il calore che cominciava a diffondersi dalla stufa scoppiettante, Luca fu felice della sua scelta e si abbandonò ad un pianto infantile e consolatorio.
Un rumore lo immobilizzò. Qualcuno aveva aperto il portone della chiesina. Il ragazzo si sfregò le mani sulla faccia e si alzò, evitando ogni rumore, ma era una precauzione inutile: dall’altra stanza giungevano voci allegre e tonfi di scarponi battuti sulla soglia.
Per evitare ogni imbarazzo, Luca tossì e le voci si zittirono, poi un viso barbuto fece capolino nella stanzina calda.
«Oh, buonasera, e buon Natale» disse una voce profonda. «Che bello, hai acceso la stufa. Ti dispiace?» chiese e, senza aspettare risposta, entrò e tese la mano ruvida. Poi prese dalla tasca del giaccone una bottiglia di vino e la mise sul tavolo vicino alla finestrella: «è per dopo, non per la messa» e si aprì in un gran sorriso.
Luca si alzò ancora imbambolato e seguì l’uomo, che era tornato in chiesa; di là una piccola folla si stava radunando, in un piacevole mormorio di chiacchiere e risate. Qualcuno gli rivolse un sorriso, ma tutti si zittirono quando l’uomo barbuto, che nel frattempo si era tolto il giaccone, si mise dietro il tavolo. Una ragazza intonò Venite fedeli con una voce che a Luca parve dolcissima e tutti si unirono a lei.
Di nuovo le lacrime tornarono a scorrere sul suo viso, ma non c’era più amarezza in lui. Stupore, commozione, un calore che non sentiva da anni. Ascoltò le parole che non ricordava e gli piacquero, come gli piacquero quelle del prete, sciolte, prive della facile retorica che aveva sempre attribuito alla Chiesa.
«La messa è finita» disse al termine della celebrazione, «ma restate tutti qui e tirate fuori le cibarie, che facciamo un po’ di festa».
«Era ora!» esclamò una signora robusta piazzando una torta salata, che teneva chissà dove, sull'altare. Tutti le si fecero intorno, mentre Luca, con il bicchiere di carta pieno, passava tra tutti sorridendo, nella notte di Natale più assurda e meravigliosa che avesse mai vissuto.



venerdì 11 dicembre 2015

Il Signor Autunno

Che razza di stagione è? Il calendario dice che siamo in autunno e io, ovviamente, gli do ragione. Però, se guardo dalla finestra il sole splendente, il cielo azzurro e le rarissime nuvole bianche, stento a crederci.
Quando ci siamo trasferiti qui in montagna, i commenti sono stati molteplici: entusiasmo, perplessità, dubbi sulla nostra salute mentale e sana invidia. Su una cosa tutti erano e sono concordi: il clima. Freddo, neve, gelo sono le parole che più spesso sentivamo, non so se come avvertimento o semplice constatazione. Strade impraticabili, spazzaneve allertati fin da settembre, riserve di legna da ardere e viveri.
Mio figlio, con un sorriso soddisfatto, preparava sci e pelli ad ottobre, monitorando ogni lingua di neve negli anfratti sulle cime. Scarponi, calzettoni nell’armadio e pantaloncini addosso, pronti ad essere sostituiti da calzoni in Gore-Tex.
Io, più bradiposa (o bradipica?), preparavo i piumoni e i plaid e riempivo la dispensa di tisane alla cannella e liquori alle erbe.
Adesso devo ammettere che un po’ di freddo è arrivato, che abbiamo avuto anche un po’ di neve, così, come contentino. Però…
Per fortuna c’è il Signor Autunno, ovvero il nostro carissimo vicino di casa. Con lentezza prepara tutto l’occorrente per la brutta stagione, forte dei suoi molti anni trascorsi qui. Non c’è fretta, dice, il freddo arriverà, eccome. Non come una volta (ve lo dicevo che il clima è impazzito, no?), ma ancora da tenere sotto controllo.
E se le foglie faticano a staccarsi, le aiuta lui, con una lunga canna, per alleggerire i rami.
Non si sa mai: una nevicata può arrivare da un momento all’altro. 

sabato 5 dicembre 2015

Sogno di una notte di fine autunno

Sono quasi le 21, devo uscire con la macchina e scendere verso la città. La strada di casa nostra è buia, in mezzo ai boschi, che adesso sono grigi, senza più foglie. La striscia dell’asfalto è stretta e sinuosa; serpeggia tra avvallamenti e coste, in una danza continua che non permette accelerazioni. Svolto a sinistra, oltre una piccola sporgenza e vedo delle ombre muoversi. L’istinto mi fa fermare la macchina. Sono ombre opache, ma qualcosa, nel loro movimento mi affascina. Accendo gli abbaglianti e due di loro si staccano, si voltano flessuose e, come al rallentatore, saltano via, verso il bosco a monte. Non credo ai miei occhi, tuttavia la terza ombra, ancora ferma, si volta verso di me, punta uno sguardo sicuro eppure dolce. Le sue corna ramificate non possono che confermare la mia speranza: sono tre cervi, maestosi, aggraziati nella loro forza. Magnifici.
Anche il terzo salta verso il bosco e io mi trovo sola. Riparto con un lieve dispiacere; nella mia incoscienza vorrei seguirli. Impossibile, ormai saranno già lontani, o forse si sono fermati appena più sopra, fuori dalla mia vista.
La sera è lunga, gli impegni mi tengono lontana dal letto caldo fin dopo mezzanotte, ma poi, finalmente, torno a casa e crollo in un sonno profondo. Il mattino è già luminoso quando mi sveglio. Mi volto dall’altra parte, pensando con gioia che è festa e, nel dormiveglia, mi ritrovo a pensare ancora agli splendidi animali. Solo che questa volta io sono con loro, accarezzo il collo del più alto che dimostra di conoscermi; inchina il capo coronato come soltanto un sovrano sa fare e mi fa salire sulla sua groppa.
Il bosco è sempre buio, ma i rami brillano di galaverna, scintillano nella luce delle stelle.

Mi sveglio con il sapore di una magia appena vissuta.


giovedì 29 ottobre 2015

E così è arrivata la neve

E così è arrivata la neve. Non la prima, ne era già venuta parecchia, sulle cime dei monti, due settimane fa; ma era solo un avvertimento bonario, un suggerire che qui, sulle montagne, l’inverno non scherza. Poi se n’era andata, con il sole del mattino dopo, lasciando qualche pozza ad asciugare.
Questa volta, invece, sembra che voglia fermarsi, che i colori sgargianti dell’autunno la stiano convincendo che il momento è quello buono.
I boschi sono gialli e rossi fiammanti, ma verso le cime, là dove si diradano, il marrone e il grigio stanno prendendo il sopravvento. Ed è su quei colori spenti che si è posato il bianco splendente della neve.
So che anche questa volta non si fermerà a lungo: basta una mezza giornata di vento caldo per farla sparire. «Se l’è mangiata tutta» diranno e dirò, con rammarico, come se l’egoismo del vento fosse da condannare.
Per ora me la mangio io, con gli occhi, alzandoli spesso dal monitor del computer, per guardare da sopra gli occhiali attraverso la grande finestra, prima che le solite nuvole pomeridiane me la nascondano. Chissà se domattina ne troverò altra?

lunedì 12 ottobre 2015

Concetti fumosi

Se vi sta prendendo una smania forsennata di venire ad abitare in montagna, o se vi sentite semplicemente allettati da una gitarella domenicale, sappiate fin da subito che qui esistono soltanto due tipi di strade: in salita e in discesa.
Con uno sforzo di fantasia si possono ancora suddividere le due categorie aggiungendo ad entrambe due gradi di aggettivo: ripida o ripidissima.
Il concetto di “strada pianeggiante”, sebbene usato largamente in svariate occasioni, è un semplice sfoggio di lessico, che non posa su alcuna realtà. Del resto siete in montagna; ci sono valli, promontori, spaccature, cime, dirupi, avvallamenti, orridi. Non pianure.
Quindi se per voi fare un paio di vasche sul lungomare di Varigotti è una faticaccia, attenzione a bene interpretare un paio di concetti fumosi. Quando sarete usciti da uno degli splendidi bar che si affacciano sugli slarghi della via centrale, pronti ed energici per la vostra passeggiata, siate cauti nel chiedere indicazioni, e mai con la frase: Ma è tanto ripida?
Ecco quali potrebbero essere le risposte e il loro reale significato.

Ma no, è tutta in piano: il punto di partenza e il punto di arrivo, per quanta strada ci sia nel mezzo, sono all’incirca sulla stessa isoipsa.  Se poi tra i due punti la strada si diverte a giocare con salitine, discesucole, rampe e cunette non conta: la somma tra le une e le altre è zero.  
Praticamente è tutta in piano: sette chilometri di strada sterrata che il fuoristrada del postino fa tutti i giorni, anche con la neve. A piedi neanche te ne accorgi.
Mah, un po’ sale, ma poco: un sentiero nel bosco, tra sassi e radici, neanche due ore con passo leggero.
Si figuri che mia sorella l’ha fatta al nono mese: dieci chilometri di sentiero su pascoli d’alta quota e rocce.
Se ci vanno le vacche, non è salita: alpeggio a duemila metri, raggiungibile senza sentieri evidenti, se non quelli creati dalle vacche stesse nel loro girovagare senza meta. 
Solo in punta, ma saran gli ultimi dieci minuti (detto da uno con la barba): tre ore e mezza di sentieri ripidi, un’ora di semiarrampicata con corde fisse a cui tenersi. La cima è uno spuntone di roccia dove ci si può sedere in due, se non piove.
Eh, abbastanza. Conviene partire presto: sveglia alle 3, viaggio in macchina tra buche e tornanti, colazione al primo rifugio, tre ore di cammino, seconda colazione al bivacco a base di crackers (la prima se n’è andata con il mal di montagna), due ore di cammino ripido, arrivo alla chiesetta in cima. Chiusa.
Ah, quella sì che è una bella gita: tornate nel bar e godetevi le chiacchiere in compagnia. 

Mah, un po' sale, ma poco.

domenica 27 settembre 2015

Pioggia

Amo ogni tipo di pioggia: quella tormentata e arrogante dei temporali d’estate, quella nebulizzata o pesante di neve della primavera, quella delicata e sottile delle prime giornate d’autunno. D’inverno la pioggia non può esistere, d’inverno nevica, punto e basta.
Nella calura estiva arriva all’improvviso l’acquazzone, annunciato da saette e rombi, come un imperatore romano sulla biga, osannato da tutti per l’illusorio benessere che porta. È un inganno, non credeteci, subito dopo il caldo tornerà, più fastidioso e maligno di prima.
“Ha solo bagnato la polvere” si dice qui: va giusto bene per dare una pulita al marciapiede, lavoro già di per sé inutile. Per tutto il resto, è coreografia, tutta scena.
Nelle fredde giornate di primavera la pioggia è sempre presente, anche nella luce del sole. Basta una folata di vento, una nuvola passeggera, ed ecco che ci troviamo inzuppati a rabbrividire.
D’autunno, invece, le gocce si annunciano con discrezione, ospiti gradite quanto gentili. Il cielo è già grigio eppure ancora non arrivano; non si fanno attendere come una primadonna, semplicemente danno il tempo di cercare riparo, di indossare un trench, di trovare l’ombrello. Solo a quel punto, con delicatezza, cominciano a cadere. Le vedi sull’asfalto, sul parabrezza dell’auto, sulle tegole della casa di fonte prima ancora di sentirne il rumore; si respirano nell’aria camminando e arricciano i capelli ai più fortunati (non a me, io ho spaghetti crudi in testa).
In quei momenti assaporo il bello della vita.
Se sono in città, lascio la Metro o il tram e cammino con addosso un impermeabile, fingendomi una Audrey Hepburn pasciuta nella scena finale di Colazione da Tiffany; se ho tempo, mi vizio con un tè Lapsang Souchong, che sa di torba e fumo, sbirciando dalle vetrine del bar le vie di Torino scintillanti e grigie. Se sono al lavoro, i miei clienti, che arrivano arruffati e col muso lungo, scoprono il mio lato serafico e il piacere di una stufa a legna.
Ma se sono a casa, in mezzo ai boschi, allora mi gusto completamente la pioggia, perché è alla domenica che la pioggia dà il meglio di sé. Qualche volta sento il morbido tic-tac delle gocce ancor prima della sveglia, allora corro alla finestra e sotto di me vedo solo nuvole. Mi sento come Jack, quello del fagiolo, sospeso su una terra che si appoggia su una nube, solo che io non devo cercare arpe magiche o cacciare giganti. Una bella fortuna.
Accendo il fuoco nella stufa e preparo toast alla francese; le cagnoline si accucciano al caldo e aspettano sonnecchiando che arrivi la colazione per tutti. Spalmiamo marmellata sbirciando dalla finestra e, con i ritmi sincopati di una famiglia domenicale, ci ritroviamo più o meno pronti e disposti ad uscire.
Sì, perché quando piove, d’autunno, si esce; soprattutto in montagna, e si prende la pioggia con tutti sensi.
I profumi che sprigionano dal sottobosco sono rudi, virili. Torba, fumo di legna, funghi; ricordano un ottimo brandy, un nonno con una pipa in bocca; anche le cagnoline emanano un afrore di terriccio. I colori sono caldi e avvolgenti, in tutte le sfumature del marrone e del verde (molte di più delle cinquanta del grigio, e anche molto più emozionanti e coinvolgenti). I suoni sono ovattati o crocchianti, mai aspri; foglie secche, rametti spezzati dai nostri piedi, minuscoli tonfi di pioggia che le foglie hanno accumulato e adesso lasciano stancamente. Le cortecce dei giovani castagni, delle betulle e dei frassini si lasciano carezzare e ci porgono un sostegno nei punti più scivolosi di sassi umidi; i ricci ancora verdi si difendono e trattengono con tenacia le prime castagne acerbe.

Uscendo dal bosco mi accorgo che non piove più e che soltanto le foglie lasciavano cadere le ultime gocce pesanti. Le nuvole sono risalite, verso un altro villaggio di giganti, ma al loro passaggio il bosco ha capito che l’autunno è arrivato.  

giovedì 20 agosto 2015

Cambio di stagione

L’estate sta finendo, cantavano i Righeira quando erano ancora agli inizi del loro declino. In spiaggia di ombrelloni non ce ne sono più, proseguiva il testo dimenticabile, riferendosi ad un settembre ancora tiepido ma ormai definitivamente scolastico e lavorativo. Il messaggio, semplice ma efficace, puntava a comparare la desolazione di una spiaggia ad autunno imminente con la solitudine dello sfigato, la cui ragazza ha già chi la consola dopo la fugace avventura estiva con lui. C’era, nell’allegra canzoncina, una tristezza di fondo: la fine di una storia sentimentale, seppur frivola e superficiale, veniva accomunata alla stagione umida e fredda e all’imminenza del grigio autunno.
Mi sono sempre chiesta, oltre all’ovvia domanda sul perché qualcuno debba ascoltare i Righeira, perché l’autunno venga considerato una stagione deprimente, la cosiddetta “brutta stagione”.
Per me è meravigliosa!
Certo, l’estate è la stagione delle vacanze, delle ferie quasi obbligate (soprattutto per noi piemontesi, figli della tradizione FIAT e della chiusura ad agosto); ma è in settembre che comincia la parte interessante dell’anno.
La programmazione cinematografica sfodera i titoli più belli, la case editrici portano in libreria gli autori migliori e i romanzi che diventeranno i fiori all’occhiello del catalogo Strenne, la cucina abbandona carpacci e insalate per affrontare i piatti e gli ingredienti della tradizione nostrana, il freddo rosé lascia finalmente il posto ai rossi corposi e ben invecchiati, mentre teatri e sale presentano la nuova stagione di spettacoli.
Ma perché ne sto parlando adesso, che agosto è ancora nel pieno delle sue forze e l’autunno è lontano? Perché così non è, cari miei, almeno non qui, tra i boschi di castagni e faggi che mi circondano.
Dopo il caldo infernale contro cui nulla serve e nulla si può fare (tranne inquinare il pianeta con i condizionatori), la pioggia di metà agosto porta sempre un po’ di fresco: le finestre in città si spalancano e un primo, timido refolo d’aria entra nelle case roventi. Ma è solo un intervallo: il sole scalderà ancora.
Qui no, qui il 15 d’agosto è un giro di boa, è un cambio di stagione. Il calendario non lo dice? Pazienza, noi sappiamo che a 901 metri s.l.m. l’autunno è già cominciato, con i calzettoni alla sera, i golf sulle magliette, la coperta sulle lenzuola. I comignoli cominciano a sbuffare fumo nei giorni di pioggia, i cagnolini si acciambellano in braccio mentre guardiamo un film e i gatti diventano grassi e soffici di pelo. Così, nelle sere di questi giorni di metà agosto, mentre sulle spiagge si liberano lanterne giapponesi e si sorseggia sangria, io posso sdraiarmi in poltrona ad ascoltare la pioggia dai vetri, gustando un bicchiere di barbaresco. E se il libro che ho tra le mani non è una novità autunnale, è solo perché non è ancora stato pubblicato. 

domenica 9 agosto 2015

Barbecue

Il turista attento è quello che cerca di conoscere gli usi locali, di inspirare profondamente il profumo del luogo, anche quando sa un po’ di selvatico. Non si aggira osservando come in un museo, ma entra nel vivo del paese che lo ospita e lo comprende.
Per questo potrebbe essergli utile sapere fin da subito, se nei suoi progetti c’è una anche breve vacanza in montagna, che la parola Babercue non esiste, almeno qui sulle Alpi Cozie.
Storpiata in bàrbechiu dagli anglosassoni, che ci hanno così vendicati dei raccapriccianti Coppì, Bartalì e Nibalì del Tour de France, è entrata negli usi e costumi di popoli urbanizzati come semplice e gustoso ritorno ai primordi. Sappiatelo: è completamente falso.
Se il cacciatore-raccoglitore riuscì ad un certo punto a scoprire l’importanza del fuoco in modo totalmente casuale, e ad imparare sulla sua pellaccia l’importanza di cuocere la carne prima di ingurgitarla, non è a lui che ci si può ispirare per la graziosa e raffinata arte del barbecue. Treppiedi con le ruote, palline di carbonella acquistate al supermercato, o, peggio ancora, una postazione per la cottura a gas, grembiuli multitasche, forchettoni con rebbi differenziati e decine di salse non sono un ritorno alle origini. Quelle belle tavolate con piatti di ogni colore, tovaglie di carta e bicchieri di plastica arcobaleno avrebbero scassato di risate il più evoluto dei Neanderthaliani.
Qui da noi si fa la Grigliata.
Il nome deriva, come ben si può immaginare, dal fatto che per cuocere carne o verdure si usa una griglia di ferro: vecchi tombini, chiusini di canali di irrigazioni, o addirittura un oggetto creato su misura dal rivenditore di materiali ferrosi, basta che sia grande.
La si poggia su una pila di mattoni o di pietre squadrate e si accende il fuoco direttamente sulla terra. E qui viene il tocco di classe che soltanto uno scafato turista ha assimilato: il fuoco deve essere di vera legna, possibilmente in pezzi lunghi, magari un po’ umidi, ché fa effetto fumé sulle carni.
Sopra la griglia è possibile, anzi, consigliato, appoggiare una losa, ovvero una lastra di gneiss scartata dalla copertura di un tetto per motivi diversi, quasi sempre per irregolarità di superficie o forma; questo rende ancor più simpatica la preparazione dei cibi, con i liquidi di cottura che scorrono in rivoli sulle scarpe del cuoco o cadono sfrigolando in pittoresche scintille nelle fiamme.
Dato lo spessore e la consistenza della losa, è necessario accendere un vivo fuoco alcune ore prima di pranzo, possibilmente con la compagnia già al completo. Questo renderà fondamentale il ruolo del sommeiller di turno, che allieterà l’attesa con le sue pregiate bottiglie, rubate dalla cantina del nonno.

Al termine della grigliata, quando il sole si avvicina alle cime dei monti sbadigliando, i superstiti si accerteranno che le fiamme siano davvero spente con un rituale che certamente vede le sue origini nella notte dei tempi: la pipì sul fuoco. Per ovvi e scorretti motivi, questo rituale è ahimé appannaggio dei soli maschi, ma alcuni movimenti femministi valligiani sono all’opera per una apertura di genere. 

giovedì 6 agosto 2015

Brigadoon

Una casa in montagna è tranquillità, pace, e la notte è anche un po’ magia. Il silenzio è solo apparente; nel bosco le foglie sembrano scuotere via il caldo della giornata, in continue danze e fruscii. I rapaci notturni sibilano e stridono e il ruscello si ravviva, nella quiete totale. Ma sono rumori minimi, come potrebbero fare dei folletti giocosi saltando sulle foglie secche e lanciandosi bacche colorate.
Nessun motore o clacson, nessun fragore, schianto o boato. Il ronzio del frigorifero sembra squarciare la quiete e quando, finalmente, si interrompe, ecco di nuovo il grillo e il gufo.
La nostra prima notte qui è incredibile. Facciamo le ore piccole semplicemente guardando le luminosissime stelle, ascoltando la vita notturna del bosco, seguendo l’intermittenza delle lucciole (da quanto tempo!).
Ci addormentiamo salutandoci sottovoce, senza puntare la sveglia per il giorno dopo:  domenica, la nostra prima domenica nei boschi, la nostra domenica sussurrata.
Al mattino mi sveglio per prima e corro a spalancare le imposte piene, che hanno conservato il buio fino a tardi. Mi affaccio alla finestra riempiendo i polmoni e lì mi blocco, sbigottita. 
Davanti a me, invece del prato splendente di rugiada, una distesa di auto ricopre ogni superficie possibile. Ne conto (ma perché, poi) tredici, ma altre si inclinano pericolosamente sul ciglio della strada sottostante. Mi avvio con un sentore di allarme in cucina e, lentamente, spingendole con un solo dito, apro le imposte anche lì.
Musica, risate, richiami che si sovrappongono; tonfi sordi di scuri abbattute e tintinnio di stoviglie. Sotto la finestra è apparsa dal nulla una folla festante, con teglie, falò e radioline.
La parola mi giunge inaspettata: Brigadoon. La ripeto a voce alta, a me stessa.
Ricordate? Gene Kelly e Van Johnson a caccia in Scozia, che finiscono a Brigadoon, un villaggio di pastori? Pane sfornato, fabbri alla forgia, cavalli da tiro, galline per la strade e, naturalmente, una splendida pastorella che balla come Eleonora Abbagnato.
Gene Kelly, reduce da una relazione stantia, si innamora di lei, ma al mattino dopo tutto è svanito: carretti decorati, donne agghindate a festa, musiche, canti, tutto scomparso. Una radura silenziosa dove c’era la piazza del mercato, rocce muscose al posto delle case e su di esse un ballerino desolato, perché con tutta la baracca è scomparsa anche la sua bella.
Un giorno solo può vivere il paesino, un giorno solo ogni cento anni.
Scuoto la testa e mi risveglio da questo sogno ad occhi aperti. Richiudo la finestra.
Un giorno solo, penso, ed un sorrisetto maligno affiora sul mio viso. Mi sento un po’ Norman Bates.

mercoledì 15 luglio 2015

Sette spose per sette fratelli

Sono certa che, tra le migliaia di dibattiti che ogni giorno ci vengono propinati dai media, ce ne sia stato almeno uno su Sette spose per sette fratelli. Una colonna sonora da Oscar (lo vinse nel ’55), ma cosa sarebbe stata senza la possente voce di Howard Keel? Meravigliosa sceneggiatura da musical, ma vuoi mettere le coreografie? E i ballerini? Ma che dico ballerini, acrobati! Piroettano, volteggiano e intanto riescono anche a cantare e spaccare legna. Sento le voci degli opinionisti farsi via via più stridule e fastidiose, nell’accapigliarsi a botte di citazioni: il ratto delle Sabine da Plutarco, i nomi presi in ordine alfabetico dalla Bibbia, la rissa danzata, la valanga, il matrimonio col fucile… e la casa in pietra, direi io. Quella splendida fasulla costruzione di montagna, con la neve in polistirolo e i fiocchi inseriti in sovraimpressione; con i fiori a primavera, la staccionata e la vasca dei maiali che non puzzano, almeno a giudicare dalle espressioni sognanti della coppia che li foraggia.
Sono cresciuta in un alloggio (non appartamento, sia chiaro) del centro del paese, con un sacco di stanze e scale, una in fila all’altra senza corridoio. Era una meraviglia giocare agli invisibili con i miei fratelli, ovvero cercar di percorrere tutte le stanze, le scale, i terrazzini esterni e il minuscolo cortile senza mai incontrarci tra noi. Non sentivo la mancanza di un prato o di un bosco, avendone a bizzeffe a pochi minuti da casa e nelle illustrazioni dei libri di fiabe che divoravo.
Poi vidi quel dannato film, quella baita in robuste travi di legno, con la cucina lurida, con tanto di gallina razzolante sul tavolo; una casa che pian piano si trasforma, fino a diventare calda e accogliente. La putrida cucina assurge a rustica sala da ballo e le stanze da letto si trasformano in alcove da sogno. Ecco, lì ho cominciato a desiderare anch’io un taglialegna, magari meno farabutto di Adamo e con un ciuffo di capelli meno raccapricciante di quello dei suoi sei fratelli.
Ah, come avrei voluto, nei miei altalenanti sogni di ragazzina, un uomo che maneggia l’accetta come una piuma e che sa piantare chiodi zampettando su assi d’equilibrio a tre metri dal suolo. E poi vuoi mettere una bella litigata sul talamo nuziale? Chi non perdonerebbe Adamo Pontipee  che, per non mostrarsi rifiutato ai fratelli curiosi, sguscia dalla finestra e si accomoda sul ramo di un albero?
Da quella volta ho sognato di avere una casa tra gli alberi, galline razzolanti, neve (e tanta) in inverno e un nerboruto boscaiolo con il quale litigare. E fare pace.
Eccolo il mio albero, finalmente: un noce alto almeno quindici metri, con i rami ancora un po’ distanti, ma ben motivati ad avvicinarsi alla finestra, almeno in vista di una sonora, spettacolare litigata con mio marito. 

lunedì 29 giugno 2015

Dove abiti?

Ai tempi dell’università, quando Palazzo Nuovo non era stato ancora bonificato e l’amianto si disgregava serafico senza che nessuno se ne preoccupasse, mi capitava che qualche compagno di studi mi chiedesse dove abitavo. Non sovente, comunque; non era facile approfondire l’amicizia alle lezioni dell’aula magna di Lettere, dove, se ti andava bene, ricapitavi a fianco dello stesso studente dopo due o tre mesi di lezione. Eppure qualche coraggioso ci provava. Io, ad esempio, che riconosco i lineamenti anche dopo anni, salutavo da amicona sconosciuti e sconosciute sperando in una frequentazione.
Così, dopo qualche frase di circostanza, poteva arrivare la fatidica domanda:
«E tu dove abiti?».
Adesso, che la polvere di molti anni si è depositata sulle mie spalle, so che nella risposta doveva comparire una via o un corso di Torino. Ma allora, nella giuliva innocenza dei miei vent’anni, pronunciavo serafica il nome del mio paese.
Ricordo ancora con tenerezza l’espressione attonita del malcapitato compagno di studi:
«Ma allora vivi in montagna!»
«Be’, montagna-montagna no, almeno non esattamente» spiegavo, tentando si salvare l’ancora non nata amicizia.
«Cacchio» esclamava, incerto se ridere o compatirmi. «Ma quanto ci metti a venire giù?» immaginandomi probabilmente sull’uscio di una baita in pietra, intenta a salutare con la mano un vecchio dalla barba bianca circondato di caprette.
«Oh, non molto» mentivo e cambiavo argomento, facendo capire che, anche in mezzo alle nevi e stelle alpine, si poteva leggere La bustina di minerva di Umberto Eco ogni settimana ed avere un’opinione politica quasi all’avanguardia.
Quello che evitavo rigorosamente era di dire che a me piaceva abitare in montagna, e molto, e che le due ore nette di trasporti pubblici e camminata che mi occorrevano ogni giorno per andare, pardon, venire a Torino non erano niente in paragone ai dieci minuti che mi separavano dalle passeggiate nei boschi.
Mi rendevo conto, però, e lo faccio tuttora, che il mondo della città e il mondo della montagna restano spesso separati da un muro invalicabile: mille opportunità per uscire alla sera, mille incontri culturali in cambio di strade in salita e funghi da raccogliere? Chi potrebbe preferirlo?
Molti, se si pone la domanda nei termini corretti. Chiedereste a Briatore di scegliere tra una cena con Fabiola Gianotti e una con Belen Rodriguez? Eppure molti baldi giovani di mia conoscenza potrebbero stupirvi con la loro risposta.
Amare la città è facile: i portici monumentali, le vetrine opulente, le chiese barocche eppure suggestive, il finto Borgo medievale, il Museo egizio, il Circolo dei lettori, e poi le bancarelle, i mille concerti per tutti i gusti e tutti i portafogli, i pub, i locali etnici, gli aperitivi e le cene in trattoria, gli chef rinomati. Ma… sì, lo sapevate fin dall’inizio di questo elenco che ci sarebbe stato un “ma”, ed anche uno importante. Perché vivere in montagna è favoloso e richiede anche un po’ di pazzia, tanto che io, mio marito e i miei figli, dopo averlo sognato per tanti anni, siamo riusciti a realizzare questa fantasia e due settimane fa ci siamo trasferiti in una casa a 901 metri sul livello del mare.
Spero, con questa mia nuova e un po’ folle rubrica, di riuscire a contagiarvi e di trasmettervi parte del grande fascino che sento.
Possibilmente facendovi ridere un po’.



giovedì 27 settembre 2012

Sport estremi

Nel corso dei secoli, l’uomo ha sempre cercato emozioni e brividi. Una volta soddisfatte le necessità primarie (mangiare, dormire al caldo e al riparo, procreare), la fantasia umana si è ingegnata di escogitare sempre nuovi modi al limite del buon senso (e talvolta ben oltre) per eccitarsi.
Fin dalla notte dei tempi il coraggio è stato sinonimo di temerarietà, nonostante siano due concetti lontanissimi tra loro. Il “vero uomo” doveva dimostrare di non temere nulla: gli scontri corpo a corpo, le belve feroci, le altezze, il calore che consuma e il gelo che mutila. Poco importa se, al termine della prova di ardimento, solo alcuni dei valorosi sopravvivevano: è la legge del più forte, una distorsione del concetto darwiniano di selezione naturale.
Col passare degli anni, anzi, dei millenni, la vita ha perso quell’alone di rischio che tanto piaceva all’uomo temerario. Così se l’è inventato. Non ci sono più duelli? Proviamo col kickboxing. Le rupi non sono più un ostacolo da saltare in fuga? Gettiamoci col bungee jumping. Volare è semplice come andare in treno, e anche meno rischioso statisticamente?
Prendiamo un telo di nylon, leghiamo delle cordicelle alle estremità e buttiamoci nel vuoto con quello. 
E poi ancora. Mettiamoci gli sci e lanciamoci in un canale ghiacciato, sormontato da un bel mucchio di neve fresca e instabile, magari cantando uno yodel a squarciagola. Scendiamo lungo un torrente impetuoso, ricco di belle rapide roboanti, non in canoa (troppo semplice), ma aggrappandoci alle rocce umide che lo affiancano.
Misteriosamente, la montagna ha da sempre fornito ambienti e occasioni per cercare il brivido (e l’ospedale più vicino). I suoi dolci pendii, i boschi accoglienti, i laghetti scintillanti, pur decantati dagli animi più poetici, come quelli di letterati e pittori, non suscitano simpatia nel “vero uomo”. Ma i suoi spigoli, le voragini, le cime aguzze, gli imprevedibili corsi d’acqua, in ogni stagione e in ogni stato fisico, esercitano un fascino magnetico, e l’eroe ci casca, in tutti i sensi.
Ma vorrei qui sottolineare un tipo ben diverso di eroe della montagna, un imprevedibile soggetto che tanti grattacapi dà al Soccorso Alpino: è l’ottuagenario cercatore di funghi.
Quando le prime nebbie strisciano lungo i pendii boscosi, ecco che il vegliardo, in piedi almeno alle cinque del mattino, parte col suo cestino e il fido bastone. Non saluta nessuno, non avverte parenti e amici del suo vagabondo e solitario cercare, non avvisa moglie, figli o amici della sua destinazione. Lascia la macchina in un parcheggio in vista, in una borgata frequentata e poi, con un sogghigno furbesco, devia in sentieri che solo la sua mente vede tra gli alberi. Conosce cenge muscose, massi erratici dalle ombre umide di porcini, radici intricate di faggi generosi; più impervio è il cammino, più probabile trovare zone sconosciute, con moltitudini di succulenti miceti.  
Nel suo prolungato scrutare per terra, però, dimentica di alzare lo sguardo al cielo, o semplicemente sul quadrante del suo orologio: ogni foglia può celare un gruppetto di funghi e il domani è troppo incerto per aspettare. Non si accorge, il tapino, del calare delle tenebre, che sopraggiungono furtive; così, inaspettatamente al buio, sorpreso e spaventato come una Biancaneve inseguita, affretta il passo verso la macchina, rischiando ad ogni momento di inciampare o rotolare lungo il pendio. Le rotule vegliarde, il metatarso logoro non gli sono d'aiuto e le subdole foglie umidicce gli tendono continui tranelli. 
Per questo la sua passeggiata spesso si conclude non nella buffa casetta di nani barbuti, bensì sulla barella di altrettanto barbuti ragazzoni vestiti di rosso, con una croce bianca in campo giallo cucita sul petto. 

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