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giovedì 17 dicembre 2015

Le vite degli altri

Mancavano ancora dieci giorni a Natale, ma il centro del paese era tutto uno sfolgorio di luci. Si guardò intorno un po’ intimorita, ma anche segretamente affascinata. Da un lato all’altro della strada, stendardi luminosi collegavano i balconi dei primi piani, i monumenti e le case più antiche erano diventati schermi per proiezioni gigantesche: scritte di auguri, fiocchi di neve e angioletti si alternavano sulle facciate della piccola chiesa e del campanile.
Si riscosse e si incamminò lungo la strada in discesa, calpestando il porfido con le comode polacchine, sbirciando qua e là dentro le vetrine scintillanti di luci e oggetti attraenti. Era molto tardi, eppure tutti i negozi erano affollati e anche lungo la strada le auto faticavano a scansare i pedoni. Molti dovevano essere amici, perché ad ogni passo qualcuno si fermava per salutare, abbracciare e sorridere a qualcun altro. Passando accanto a questi gruppetti improvvisati, sentiva stralci di conversazioni e frasi smozzicate.
«… è stato poco bene, ma a Natale ci sarà di sicuro», «…parcheggiato così lontano che facevo prima a venire a piedi, e dire che…», «… eh, povera donna, chissà che brutto periodo…».
Le sembrava di assistere ad uno spettacolo, osservando le vite degli altri. Erano queste, dunque, le vite degli altri?
Si accorse di essere di nuovo ferma e allora, tenendo lo sguardo basso, si infilò nella farmacia, la sua meta. Anche qui c’erano molte persone, e il calore le fece appannare gli occhiali. Si sentiva frastornata e un leggero capogiro la investì, facendole perdere l’equilibrio.
«Mi scusi, mi scusi tanto» mormorò quasi tra sé, risistemandosi lontano dal signore corpulento che aveva urtato e che le rispose con un grugnito. Qui non dovevano esserci amici, perché uno strano silenzio regnava in quella folla e i volti erano scuri. Una giovane donna si avvicinò al banco con un bimbetto in braccio, infagottato in una giacca gonfia di un azzurro vivace. Lei gli sorrise e fece ciao con la mano. Il bimbo la fissò, poi si voltò di scatto.
«Mamma, quella signora è tutta nera. È cattiva!» gridò.
La giovane mamma si girò verso di lei:
«Stai tranquillo, Mattia, ha il velo, ma non è pericolosa».
Pericolosa? Ma stava parlando di lei? Si sentì infiammare dalla vergogna e andò subito al banco; il farmacista la servì in fretta, ma con molta gentilezza. Le diede una borsettina di nylon piena di scatolette e le augurò buon Natale. Lei sorrise e scappò in strada.
Il freddo ora pungeva e lei sentì le lacrime ghiacciarsi sulle ciglia; tirò fuori dalla tasca un fazzoletto ruvido e si soffiò il naso. Non si era mai sentita così strana.
Si incamminò di buon passo, ripercorrendo la strada in salita, verso casa. I negozianti  stavano cominciando ad abbassare le saracinesche e i passanti si erano diradati, ognuno verso il caldo della propria casa, della propria famiglia.
Arrivata al portoncino, infilò la grossa chiave ed entrò nell’ingresso che odorava di cera e finalmente si sentì al sicuro. Si tolse il cappotto grigio e lo mise nel grosso armadio con tutti gli altri.
«Bentornata, Francesca, era ora! Ti stavamo aspettando» le venne incontro Teresa, aiutandola a togliersi la sciarpa. «Fa un bel freddo fuori, eh?»
«Un freddo terribile, non vedevo l’ora di tornare» disse Suor Francesca rabbrividendo.
«Sia lodato Gesù Cristo» sorrise Suor Teresa, poi insieme si avviarono verso il profumo di minestra del refettorio.

martedì 15 dicembre 2015

La neve

Nino era un bimbetto di nove anni, piccolo e mingherlino e veloce come un topo, per questo tutti lo chiamavano Ninetto. Era il quarto di cinque fratelli, ma era comunque il più piccolo, perché Giuseppe, di solo un anno più giovane, era alto e robusto. Nino, forse, assomigliava a suo padre, che però non aveva mai conosciuto. Il padre di Giuseppe, invece, era un ambulante che veniva nel loro quartiere due volte all’anno, per la fiera stagionale. Sua madre si era innamorata di lui vedendolo sollevare forme di Grana come fossero cespi di insalata, tendendo le sue braccia possenti e facendole l’occhiolino.
Sua madre aveva un aneddoto per ognuno dei loro padri: il cantante folk che vagava disorientato per la via con la chitarra sulla schiena, il postino dai capelli color carota che sostituiva il vecchio Bertu quando era malato, l’allenatore dei pulcini della squadra della grande città, fino al gracile insegnante di filosofia che l’aveva incantata con le sue frasi incomprensibili, ed era diventato così il padre di Ninetto.
Ninetto era felice, ma rimpiangeva una cosa soltanto: dei nonni. Con tutti quei padri gli sembrava impossibile non avere almeno un nonno o una nonna, soprattutto oggi, la vigilia di Natale.
Quel mattino Ninetto decise di uscire di casa, nonostante facesse molto freddo. Abitava al quarto piano di un grande caseggiato, uguale a tutti gli altri della via, e anche a quelli della via a fianco, ma lui non si sarebbe mai perso: conosceva ogni angolo e ogni tombino come le sue tasche vuote.
L’aria pungeva gli occhi, tant’era fredda, e Ninetto si ficcò le mani nella tasca del giubbotto troppo grande, ereditato dal fratello.  Camminò spedito fino ai giardini deserti e si sedette su una panchina gelida.
«Cosa fai qui, tutto solo?» chiese una voce profonda.
Ninetto si voltò di scatto. Sulla panchina di fianco un vecchio con cappottone logoro lo guardava sorridendo. Ninetto sorrise a sua volta:
«Aspetto la neve» disse.
«Io ce l’ho, la neve» commentò il vecchio con fare saputello, «vuoi vederla?».
Nonetto era già in piedi accanto a lui, allora il vecchio si alzò faticosamente dalla sua panchina e, ridacchiando, si incamminò verso il punto più lontano dei giardinetti. Superarono sentierini, altalene, gruppi di alberi spogli e poi, laggiù, in un’ampia conca, ecco una grande macchia di neve fresca, bianca e soffice. Ninetto non credeva ai suoi occhi.
«Vuoi tuffarti?» gli chiese il vecchio. Il bambino lo guardò con un sorriso che occupava tutta la sua minuscola faccia.
«Allora vai!» ordinò il vecchio, scoppiando in una grassa risata.
Quando fu tutto fradicio e infreddolito, Ninetto finalmente uscì dalla neve, felice come non lo era stato da tempo.
«Ma tu chi sei?» chiese all’anziano signore, «Babbo Natale?»
Il vecchio rifece quella calda risata grassa ed esclamò:
«Sono troppo vecchio per essere un Babbo, al massimo posso essere Nonno Natale!» poi si tolse la sciarpona e gliela avvolse attorno al collo e alla testa.
«Sarà meglio che tu vada a casa, tutto bagnato come sei».
«E tu, cosa farai?» chiese il bambino già un po’ triste.
«Io? Verrò a trovarti domani, Ninetto»
«Mi conosce?» domandò stupito il ragazzino.
«No, ma conosco il tuo papà, il professore di filosofia».
«Sei il suo papà?» chiese Ninetto colmo di speranza.
Il vecchio fece un sorriso triste:
«No, ero il suo vecchio preside. Tuo padre mi ha parlato tanto di te, prima di trasferirsi, e io adesso voglio conoscerti meglio. Sai, abito nella casa vicino alla tua».

Il vecchio, che si chiamava Mario, mantenne la promessa e il giorno dopo si presentò da loro con un regalo per ciascuno dei cinque fratelli. Forse non è proprio un vero nonno, pensò Ninetto da quel momento, ma lo interpreta benissimo.

sabato 12 dicembre 2015

Una strana avventura

C’era una volta una ragazza, che si chiamava Sofonisba. Aveva i capelli castani e gli occhi castani, e una pelle bianca come un foglio di carta di quaderno. Era bianca perché non stava mai al sole: si sarebbe riempita tutta di bolle, diceva. Ma nessuno lo sapeva, perché non era mai stata al sole.
Lavorava in un ufficio di una grande azienda, al primo piano interrato, e inseriva dati in un gigantesco schedario, che poi divenne ancor più gigantesco, per poi diventare un grande computer, man mano che gli anni passavano.
Sofonisba, ormai non più ragazza, trascorreva in quell’ufficio otto ore al giorno, poi usciva salutando tutti i colleghi, come li aveva salutati all’ingresso, e andava a casa. Abitava all’ultimo piano di un caseggiato di periferia, senza ascensore, e di questo era contenta, perché facendo le scale quattro volte al giorno riusciva a mantenersi in forma. Infatti, una volta salita in casa, si cambiava le scarpe e riscendeva i sei piani per andare a comprare la cena e per fare un giretto nella libreria al pian terreno. Ci restava fino all’ora di chiusura, poi, per due volte alla settimana, si avvicinava alla cassa e comprava un libro. Ogni giorno, da quando aveva cominciato a lavorare.
Non spendeva per null’altro che non fosse strettamente necessario: cibo, abiti caldi o freschi, a seconda della stagione, sapone e rarissimi medicinali, per quando la salute non era proprio florida. Il suo stipendio finiva praticamente tutto negli scaffali di casa sua, ormai ricolmi di volumi, piccoli e grandi, economici e rilegati, colorati o tutti bianchi. Aveva anche cominciato a creare pile di libri che dal pavimento salivano come stalagmiti verso il soffitto. Erano i suoi soli amici, con i quali trascorreva momenti favolosi.
Un orribile giorno di tre anni fa, Sofonisba, posando la mano ormai rugosa sulla maniglia della libreria, si bloccò raggelata. Un cartello scritto a mano diceva:
“Svuotiamo tutto. Libri a metà prezzo”.
Varcò la soglia con un terribile senso di oppressione sul petto, un malessere che non aveva mai provato.
«Dobbiamo chiudere» le spiegò l’anziana libraia con un sospiro, «troppe spese e pochi clienti» poi tornò alla cassa, dove una ragazza aveva appena posato una discreta pila di libri.
«Ci mancherà moltissimo, signora Emilia» le disse la giovane. «Come farò senza i suoi consigli?».
«E dove andrò adesso a comprare i libri?» chiese invece Sofonisba, che di consigli non aveva mai avuto bisogno.
La ragazza la guardò; aveva occhi verdi e capelli biondo rossicci, lunghi fin quasi alla vita; la sua pelle era bianca come lo era stata quella di Sofonisba, prima che il tempo la facesse virare al grigio spento.
«C’è una bella libreria in Piazza Milano. È di un mio giovane collega, ma lei, signora, si troverà benissimo: è stipata di volumi fin quasi al soffitto» spiegò Emilia, ma Sofonisba la guardò orripilata: piazza Milano era a più di un’ora di cammino e lei non si sarebbe mai avventurata così lontano da casa e dal suo ufficio.
Probabilmente lo disse a voce alta, perché la ragazza dai capelli fulvi esclamò:
«Possiamo andarci insieme in metropolitana. A s-proposito, io mi chiamo Melinda» e le porse la mano.

Fu una strana avventura, per l’anziana donna, scendere le scale mobili, passare oltre i cancelli automatici e salire su quel treno che sfrecciava senza nessuno alla guida. E più ancora fu straordinario il fatto che, durante il tragitto, cominciasse ad ascoltare la ragazza, con interesse che andava via via crescendo, man mano che scopriva l’amore condiviso per i libri.

Adesso Sofonisba è in pensione già da qualche anno; durante il giorno aiuta Melinda con i due bimbi e le faccende di casa, mentre la ragazza è al lavoro. Ma alla sera, proprio all’ora in cui usciva dall’ufficio, si siede in poltrona e, finalmente, legge, stanca ma estremamente felice. 

martedì 8 dicembre 2015

La casa della nonna

 Amanda ricevette la lettera in una fredda giornata di dicembre. Se lo sentiva già da qualche tempo, come un callo dolorante che preannuncia la pioggia. Decise di non aprirla immediatamente, ma di lasciarla sul ripiano, vicino al lavandino, in attesa che il caffè venisse su nella moka.
Ormai aveva compiuto settant’anni da più di una settimana e ancora non aveva festeggiato. Non lo avrebbe fatto, naturalmente, come ogni anno da quando suo marito se n’era andato di casa.
Erano stati belli i primi anni insieme: lui, con il suo studio di architettura, il grande appartamento al settimo piano, con terrazzo e mansarda, gli amici eleganti e le cene prestigiose. Per i loro compleanni, che cadevano a distanza di quasi sei mesi l’uno dall’altro, andavano in ristoranti sempre diversi, come se fosse sempre la prima volta.
La sera lui le raccontava la sua giornata di lavoro e a lei piaceva ascoltare i racconti degli strampalati e danarosi clienti, con le loro richieste assurde. Lui parlava molto, durante le loro intime cene in casa, e ascoltava anche le storielle buffe o irritanti della classe di lei; le sfuriate della bidella, le colleghe sempre in tiro, i bambini svogliati o meravigliosi. Almeno finché aveva cominciato a fermarsi in ufficio sempre più spesso.
Amanda lo aspettava sempre alzata, leggendo un romanzo o guardando un film. Al suo arrivo gli sorrideva, si alzava dal divano e gli andava incontro. Fino alla sera in cui non tornò. Semplicemente la chiamò per dirle che sarebbe restato fuori per la notte.
Amanda chiuse il libro, si lavò i denti, si mise il pigiama e cominciò a piangere sommessamente. Fu la prima e unica volta.
La sera successiva cenarono nella loro cucina spaziosa, sorridendosi e parlando del più e del meno, ma ben sapendo entrambi che non era una cena come le altre.
Un mese dopo lui fece le valigie e se ne andò.
Amanda continuò ad andare a scuola ogni giorno, ad incontrare per altri sei anni bambini che crescevano e se ne andavano. Fino al momento tanto desiderato della pensione.
Non le erano piaciute le riforme dei ministri dell’Istruzione; non era riuscita a cambiare il suo modo di vedere gli alunni: individui con doti, potenzialità, caratteri diversi. I piani formativi, i programmi sempre più assurdi trasformavano i bambini in soldatini, tutti uguali, tutti da inquadrare in ambiti, valutazioni, giudizi.
Fu felice di abbandonare la nave che affondava sotto i colpi delle riforme, e cominciò a dedicarsi ai suoi libri, al cinema e ai corsi di italiano per stranieri. Era felice.
Quel giorno di dicembre, dopo aver sorseggiato il caffè, aprì la lettera e vide, come ben sapeva, che gli avvocati del suo ex-marito le stavano chiedendo (gentilmente, non c’è che dire) di lasciare il grande appartamento con mansarda e terrazzo entro la fine dell’inverno.
Amanda sciacquò la tazzina e prese dallo scaffale a fianco del frigorifero un volume di ricette. Nella prima pagina un foglietto ingiallito riportava con una grafia elegante la Torta di mele di nonna Camilla. Gliela aveva scritta proprio lei, la sua cara nonnina, il giorno di Natale di sessant’anni prima.
«Tutte le volte che verrai a trovarmi» le aveva detto, «ti farò la torta. Ma un giorno non ci sarò più e dovrai farla tu per i tuoi nipoti».
Nipoti non ce n’erano stati, e neanche figli, ma Amanda aveva imparato a fare la torta che mangiava così volentieri su, nella borgata fredda e profumata della nonna Camilla.
Posò il gran libro di ricette nel borsone accanto alla valigia; poi si mise il cappotto e uscì di casa, tirandosi dietro la porta. Caricò tutto sulla piccola Panda e partì.

La casa della nonna la stava aspettando.

sabato 8 marzo 2014

Festa della donna

Non fateci gli auguri, uomini, non a noi. Noi siamo donne privilegiate, stimate, amate da voi; voi che ci volete come colleghe, direttrici, titolari, redattrici; voi che sedete al nostro fianco ridendo e discutendo; voi che fate onore alla nostra intelligenza.
Festeggiate le schiave, invece, le ragazzine violentate perché si prostituiscano, le infibulate, le mogli bambine bruciate sulle pire, morte di parto a dodici anni. Mandate fiori a chi è costretta a vendersi e tacere, a chi viene percossa in nome di un possesso che osano chiamare amore, a chi deve coprirsi da capo a piedi per non "tentare" maschi che mai potrei chiamare "uomini".
Voi che non riuscite e nemmeno a comprendere come possa esserci ancora una festa dedicata alla nostra diversità: siate da esempio per tutto il genere umano.

martedì 24 dicembre 2013

Natale in famiglia

Cominciamo dall’inizio.
Siamo in una grande città, è la vigilia di Natale e le strade, benché ammantate di gelida nebbia, brulicano di persone che camminano ancor più velocemente del solito. Si sentono i saluti entusiasti, gli inviti, gli auguri; si vedono donne cariche di pacchi che rincorrono bambini gioiosi, uomini eleganti eccezionalmente sorridenti. Davanti alle chiese, mendicanti su carretti o coperte tendono la mano e mostrano cartelli improvvisati a tema natalizio: “Questa notte Santa io la passerò in strada da solo”; “Dammi gli avanzi, a me bastano”, e altre frasi strappalacrime che riescono a far cadere qualche monetina nel cappello.
Io, come ogni Natale, sono allegro; ma forse dovrei dire “come sempre”. Ho un bel carattere, me lo dicono tutti; dicono che io possieda la risata più cordiale e più contagiosa del mondo, ma ho anche una grande fortuna. Il mio lavoro fisso è ben pagato, ho sposato da poco una donna bellissima e gentile, con una boccuccia che pare fatta apposta per essere baciata, e che mi ama! Ho una bella casa calda e accogliente e, quel che più conta, tantissimi amici.
Domani sarà un gran giorno: la nostra piccola casa si riempirà di voci e di profumi; mia moglie sta cucinando da questa mattina un pranzo favoloso, che io, domani a tavola, criticherò un poco per prenderla in giro e sentire la sua bella voce ribattere una frase salace. Ci sarà anche sua sorella più piccola, quella rotondetta, che ti vien voglia di abbracciare; naturalmente abbiamo invitato anche il suo corteggiatore, quel ragazzone timido dalla voce di baritono. Mia moglie ha già messo i segnaposto perché si siedano fianco a fianco e sta organizzando una gara di Mosca Cieca, per permettergli di afferrarla fingendo di non vedere; credo sarebbe molto felice di averlo per cognato.
Sì, devo dire che anche i miei parenti sono meravigliosi. Be’, non proprio tutti; ma chi non ha un parente scorbutico e musone? E poi alla sua età bisogna perdonargli tutto, non credete? E in ogni caso, lui non verrà domani; non viene mai. Mia moglie dice che è meglio così, ma a me dispiace perché so che se venisse si divertirebbe, e continuerò ad invitarlo ogni anno.
Oh, ma guarda com’è tardi! I lampioni sono già accesi da un po’ e le vetrine dei negozi si stanno finalmente spegnendo, dopo tanti giorni di luce. La poca gente che ancora circola per strada sembra euforica e sorride in continuazione, ma ormai son quasi tutti a casa, a godersi il tepore della famiglia e a prepararsi per la festa di domani.
Ecco, anch’io sono arrivato alla soglia della mia casetta, con la ghirlanda di agrifoglio e i nastri rossi. Dentro mi accoglieranno i baci e gli abbracci della mia giovane moglie e quindi vi chiedo la cortesia di lasciarmi entrare da solo; in fondo abbiamo terminato da poco la luna di miele. Non vi offendete, vi prego, vi riaprirò per il pranzo di domattina.

Buon Natale! Buon Natale a tutti voi! Entrate, entrate. Allora, che ve ne pare? Non è una casetta meravigliosa? Oh! Oh! Oh!
Ops, scusate, non volevo ridervi in faccia, è che sono così felice che non riesco proprio a trattenermi. Ecco qui la mia adorata mogliettina, non è uno splendore? Dai, non arrossire, lo vedono bene da soli che lo sei!
Ecco, entrate nella nostra sala da pranzo; non è grande, lo so, ma ci stiamo tutti, basta stringerci un po’. Non è vero cognatina?
Guardatela com’è arrossita; ma intanto è ben felice che il suo ragazzone si stringa al suo fianco. Oh! Oh! Oh!
Basta con i complimenti, è ora di iniziare il pranzo di Natale. Lo so che voi non siete più abituati a questi piatti: porcellino arrosto, pasticcio di rognone, e poi le mele caramellate, le nocciole tostate, e tutti questi bei boccali di birra scura. Vorrei che poteste assaggiarli con noi. E forse anche i nostri giochi vi possono sembrare sciocchi o infantili, ma provateli anche voi. Il giorno di Natale provate a farvi gli Indovinelli o il gioco del Sì e del No; sfidatevi alle Penitenze, e vedrete che non c’è vecchio, bambino, sacerdote o acida zitella che non si diverta.
E dopo il pranzo, canterete con noi. Basta un po’ di voce e una buona dose di birra in corpo e tutti si trasformano in coristi.
Oh, ma che diamine c’è adesso? Il campanello? Vai, cara ragazza, lascia qui il vassoio e vai ad aprire; non sia mai detto che questa casa non è aperta a tutti il giorno di Natale! Ci servirai dopo, con calma, abbiamo tutto il tempo.
Allora, chi è? Su, apri quella porta, non sarà mica il demonio!
Oh, ma sei tu zio! Zio Ebenezer, entra entra. Guarda cara, guarda, c’è lo zio Scrooge!
Accidenti, ma lo avreste mai detto?

Alla fine ha accettato il mio invito, ed è rimasto fino a sera. Ha mangiato, bevuto con noi, ha cantato le carole e si è lasciato bendare per la Mosca Cieca. Ed io sono così felice che non riesco nemmeno a ridere, so che qualcuno lo farà, perché nulla di buono accade sulla terra, senza che qualcuno sulle prime si prenda il gusto di riderne.
Il Signore ci benedica e ci protegga tutti quanti.


sabato 27 luglio 2013

Campo da calcio


Alex sedeva sulla panchina di formica verde, con le mani pizzicate sotto le gambette esili, quasi temesse di vederle muovere di loro volontà. Teneva il viso abbassato, ma lo sguardo, che pareva fisso sul pavimento, era invece puntato verso l’alto, su quel volto che amava e temeva allo stesso tempo, da cui adesso uscivano parole che non avrebbe voluto sentire.
- Lo sapevamo che sarebbe successo – diceva la voce tonante di fronte a lui, - è inutile che ce ne stiamo lì a frignare. –
Alexandru si chiedeva spesso perché dicesse “stiamo”, “corriamo”, “saltiamo” quando invece lui se ne stava lì, ben piantato su quei piedi poderosi.
- La ditta che deve curare il prato è troppo cara – spiegò con un tono più dolce l’allenatore. -  Ogni due settimane devono tagliare l’erba, raccoglierla e portarla all’eco-centro. Son cose che costano, sai. –
A chi stesse dicendo “sai” non era chiaro, ma ogni bambino seduto su quella panca appiccicosa pensava che si stesse rivolgendo proprio a lui.
Come in partita: - Dai, corri! – urlava gonfiando il collo come un rospo, con le vene gonfie e la faccia rossa che pareva scoppiare. E tutti correvano, convinti che stesse parlando ad ognuno di loro.
- E così tra tre giorni  quei palloni gonfiati dei neri-viola prenderanno il campo in gestione - concluse sputando per terra, e anche se suo padre gli diceva sempre che proprio non si deve fare, avrebbe sputato volentieri anche lui.
- Su, alzate quelle chiappette secche – stava dicendo ora, - e smettetela di fare i bambini – ma questa volta la sua voce non penetrava nei timpani come un martello e i suoi occhi si erano piegati all’ingiù, tanto che ad Alex venne voglia di piangere.
Invece si alzò, con gli altri ragazzini della squadra, e pensò che, forse, correndo ancora una volta dietro al pallone di cuoio si sarebbe sentito bene. L’ultima volta.
I ragazzini cominciarono a saltellare verso l’uscita, cercando di non vedere il loro idolo che si strofinava la faccia con quelle mani callose e gigantesche.
- Se penso che mio cognato deve pagare per portare le vacche al pascolo, mi viene una rabbia… -
Si fermò di colpo, le mani ancora aperte davanti al viso.
- Le vacche! – esclamò, e con un “cominciate con i giri del campo” corse via. 

Certo, qualche volta sul prato ci sono macchie scure che forse è meglio non calpestare, soprattutto quando piove, e ci sono dei giorni in cui devono rimanere lì in panchina, ad aspettare che le vacche escano con tutta calma dal campo e vengano riportate nella loro
stalla per la mungitura. Ma ormai sono due mesi che Alexandru viene agli allenamenti, dopo quella che pensava sarebbe stata l’ultima volta.
E qualche pomeriggio, con l’allenatore, resta anche suo cognato, un’ala formidabile della sua squadra di borgata, negli anni Ottanta.
L’unico problema sono i due giorni di chiusura durante l’estate, quando le bestie sono in “villeggiatura” in montagna. Allora, bisogna aspettare che il fieno asciughi, prima di raccoglierlo nelle rotoballe.
Ma va bene così.

 

 

 

 

giovedì 8 novembre 2012

Novembre


Novembre, il mese opaco; trenta giorni che sembrano i più lunghi dell’anno.
E’ inverno, ma senza il Natale; è freddo, ma senza la neve. Il buio scende nel pomeriggio, quando ancora ci sembra di avere tutta la giornata davanti; la pioggia attraversa gli strati di lana che abbiamo scovato, frugando a malincuore tra gli abiti di cotone e le magliette estive, ormai accantonate. Le foglie tentennano sui rami degli alberi, incapaci di scegliere e, nell’attesa, il loro colore sbiadisce lentamente ai raggi del sole al tramonto.
Il primo giorno di novembre è il più triste: vaghiamo tra le tombe grigie, scricchiolando ghiaia con le nostre scarpe eleganti; sentiamo gli spifferi gelidi sotto le falde del giubbotto leggero, ma ancor di più odiamo il sole luminoso che non scalda e svanisce presto, troppo presto.
Eppure solo novembre, con la sua vaghezza, la sua indeterminazione, ci stupisce con i mattini più splendenti di rossi e gialli, ci sorprende alla sera con una nevicata leggera e magica. Negli orti le piante appassiscono e si accartocciano, ma i cavoli esultano con le loro foglie grasse, gonfiandosi in una corona dal cuore sostanzioso. Le castagne sono ottime con il vino rosso e il miele, la zucca ammicca col ghigno fasullo della festa importata di Halloween e si lascia cucinare in cento modi succulenti. Gli amici entrano volentieri nella nostra cucina calda e odorosa di biscotti, avvicinando le mani al fuoco di legna e la vicinanza è già una festa.
E con la scusa del buio, la giornata lavorativa sembra più breve e, prima di sederci a tavola, in attesa che la pasta sia cotta, o il pasticcio ben caldo nel forno, ci sediamo in poltrona a leggere un bel romanzo: tanto è già sera. 

 

 

sabato 1 settembre 2012

Riflessi


La casa era spuntata quasi all’improvviso, come per un incantesimo: un giorno non c’era e il giorno dopo eccola là, in mezzo a quell’erba alta, incolta, circondata di macerie.
La rete arancione era stata tolta in tutta fretta; qualcuno si era preso la briga di pulire  e, al posto di quella lurida betoniera, era apparso il cartello “Vendonsi appartamenti”, con quel tono ufficial-accattivante tipico delle agenzie immobiliari.
L’occhio non poteva proprio evitarla, così sfolgorante di rosso amaranto, di vetrate lucide, con i loro bravi feltrini bianchi, a simboleggiare la novità. Anzi, ci si chiedeva come fosse stato possibile, fino a pochi giorni prima, ignorarla, nascosta solo da una rete da cantiere.
Anche Margherita l’aveva notata. Ogni giorno era passata lì davanti con le sue compagne, senza far caso a quella recinzione, a quelle disgustose erbacce pungenti. Erano scese ogni mattina, dopo la mungitura; avevano attraversato docilmente la stradina seguendo Gian, accompagnate dal Nero, che non abbaiava nemmeno più, tanto erano abituate. Ed ogni sera, molto prima del tramonto, erano ritornate alla loro stalla, fresca e pulita, con i loro vitellini al fianco e le mammelle gonfie.
Poi un mattino, col sole che brillava già alto in quell’inizio estate, la rete era scomparsa.
E adesso Margherita era lì immobile, davanti a quella vetrata spaziosa e invitante; se ne stava lì, con le pesanti zampe ben piantate nel terreno polveroso, ad osservare con occhi buoni quella sua gemella senza odore.
- Muuu – fece alzando il muso, e la gemella la imitò, osservandola dalla grande vetrata al pian terreno.
- Muuu – fece ancora Margherita, avanzando di un passo verso la nuova compagna che, sfrontatamente, muggiva verso di lei, forse aggressiva.
La vacca bonaria, la preferita di Gian, che ogni autunno la portava alla fiera più per averla al fianco, che per esporla, si mosse ancora in avanti, dimenticando il suo carattere mansueto e la sua dolcezza. Bisognava subito chiarire, con quella lì, di chi era il pascolo, di chi era il sentiero. Che non si mettesse in testa, lei, che non profumava nemmeno di buon letame fresco, di imporre la sua presenza.
-Wof! Wof! – latrò all’improvviso il Nero, comparso, chissà come, al fianco di quella impertinente.
- Wof! – ripeté, questa volta all’orecchio di Margherita, che voltò il grande muso con tutta la rapidità di cui era capace, trovandosi il cane proprio davanti alle larghe narici. Il cane abbaiò ancora un paio di volte, poi si mosse sul sentiero e la vacca, lentamente, si avviò verso il pascolo con le sue compagne, certa che il Nero avrebbe risolto tutto, come sempre.
La sua gemella, rassegnata, si voltò e si incamminò oltre il vetro, scomparendo alla loro vista.

domenica 1 luglio 2012

Galline ovaiole

La signora Cesira (nome rigorosamente falso per rispettare la sua privacy, parola di cui ignora sicuramente il significato) vive in una casetta di mattoni, con il tetto in coppi che crede vecchi, senza sapere che potrebbe venderli a sessanta centesimi l’uno, se solo le interessasse venderli.
Nel suo cortile, dove arrugginisce indisturbata una vasta esposizione di attrezzi decrepiti, razzolano sei paffute bionde piemontesi.  Nonostante ad un occhio inesperto possano sembrare cloni di una stessa gallina-donatrice, la signora Cesira le riconosce senza fatica e ogni mattina, anche quando piove ininterrottamente da diversi giorni, anche quando la neve ha ricoperto tutto il cortile e trasformato in un parco norvegese i suoi ferrivecchi da contadino, entra nel pollaio e versa nella grande ciotola un minestrone di pane avanzato, bucce miste e foglie di cavolo o insalata. Poi si affaccia al nido prende le uova.
Le galline vanno trattate bene:  devono avere la loro zuppa tutti i giorni, calda in inverno; devono dormire sulla paglia pulita e asciutta e, soprattutto, ascoltare un po’ di chiacchiere in compagnia, come ogni creatura che si rispetti. Questo pensa la signora Cesira; in fondo sono le sue migliori amiche. E quest’anno Brunetta compirà diciotto anni; è un po’ spennacchiata, come lei dopotutto.
Vicino alla sua casetta, c’è un allevamento intensivo. Gli odori che escono da quelle stalle non piacciono alla donna; quei mangimi, quelle deiezioni sintetiche le ricordano la sua unica visita all’ospedale, quella volta che suo nipotino, che stava diventando davvero bravo a piantare i chiodi, le aveva schiacciato il pollice con il martello. Preferisce che i campi, le stalle abbiano quel buon profumo di letame vero.
Ogni tanto, più o meno due volte all’anno, il signor Rossi (anche questo è un nome di fantasia, benché molto poca) finge di passare davanti al suo cancello per puro caso e, dopo tre o quattro stupidi convenevoli, ci riprova e le chiede di comprare la sua cascina.
- Pensi come starebbe comoda in una stanza riscaldata, con cuochi che cucinano per lei e nessun animale da accudire. –
Lei sorride e finge una speranza che non sente: - Eh, chissà se riuscirò mai – commenta guardando lontano.
- Se vuole, le compro tutto io, anche le galline, tanto sono vecchie. – Le osserva con fare sapiente – avranno almeno cinque o sei anni – conclude.
La signora Cesira fa una faccia strana, alza le sopracciglia e le spalle contemporaneamente e sospira. Allora il signor Rossi gira i tacchi e torna dalle sue bestie puzzolenti, biascicando un “Buongiorno” a metà bocca.
La donna lo guarda allontanarsi caracollando come un cow boy (questa parola la sa, e anche “Dvd”, quelli con i film di John Wayne che le ha regalato sua figlia) poi si alza e se ne va nel pollaio a raccontare l’ultima avventura del signor Rossi alle sue galline.


lunedì 25 giugno 2012

Pausa caffè


Sono seduta su una scomoda panchina di un vago materiale, intermedio tra la plastica e un qualche metallo; l’orologio digitale a grandi caratteri segna le dieci e cinque, ma a me sembra di essere qui da ieri sera. La cassiera di fronte a me ha alle spalle un contatore, digitale anch’esso, che con linee quadre simboleggia il numero diciotto. Nella mia mano si scalda fiero un foglietto a freccia con su stampato il diciannove; saltella come un calciatore che sta per entrare in campo, come le mie gambe intorpidite.
D’un tratto la donna, la cui schiena resterà per sempre nella mia memoria, saluta, afferra la borsetta sul banco e si allontana.
Io scatto in piedi, già col sorriso d’ordinanza, ma la cassiera platino dietro il vetro antiproiettile è già in piedi e le sue labbra pronunciano un flebile: - Pausa caffè? - che mi getta nello sconforto.
- Oggi è giovedì - ribatte la tesoriera al suo fianco trasportandomi d’improvviso su poltroncine di velluto, ad assistere ad una rappresentazione di Ionesco. Mi aspetto che il diafano cassiere al suo fianco, fissando un punto in alto, lontano da ogni cosa, risponda:
- Non è di qua, ma è di là. -
Invece lui si volta verso le doppie porte scorrevoli e sorride: – Eccolo – dice.
Un coro di festanti saluti accoglie l’ingresso di un signore mingherlino, dai capelli color paglia, mentre un incomprensibile buonumore serpeggia tra la gente immusonita in coda. Come posseduti da uno spirito buono, le persone si sorridono, si riconoscono, scambiano sguardi fino a prima fissi sui vetri antiproiettile degli sportelli. E la parola “caffè” compare in minime conversazioni improvvisate.
E’ un rito da cui, con una punta di amarezza, sto per sentirmi esclusa, ma non c’è tempo: l’uomo si avvicina anche a me:
- Caffè normale? Macchiato, lungo? - 
Rispondo incerta e lo vedo sparire. Era uno scherzo? Un sogno causato dalla noia?
Mi avvicino allo sportello; la cassiera, sconosciuta, mi sorride allegra. Ritiro le mie carte e mi volto salutando, ed eccolo: tra le due strette ante scorrevoli, appare un vassoio con sei tazze e la banca, dalle orribile piante di plastica, dagli odori sintetici,  viene inondata di aroma tostato.
Credo proprio che il prossimo versamento lo eseguirò di giovedì.

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