Elenco argomenti

Visualizzazione post con etichetta Incontri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Incontri. Mostra tutti i post

venerdì 10 ottobre 2014

Alessandro Boidi Trotti, Una strana partita, Araba Fenice


Roberto Anelli, Primario di Oncologia all’ospedale Molinette di Torino, ama incontrare i suoi amici una volta al mese per un poker e molte chiacchiere. Le passioni della sua vita, condivise con gli amici di sempre, sono la musica e il calcio.
In una di queste partite si trova stranamente “servito” con un poker di donne in mano. La strana coincidenza lo porta a ripensare, nel corso della partita, alle sue quattro donne, coloro che hanno caratterizzato nel bene e nel male la sua vita, rendendola unica e affascinante.
La prima di cui il narratore racconta è Bianca, la Donna di Quadri, splendida e altera compagna di classe al liceo classico Vittorio Alfieri di Torino, poi magistrato dalla vita sentimentale travagliata. Il fascino che subisce Roberto è giostrato da lei come un’arma a doppio taglio e la loro storia vacilla tra l’amicizia e l’attrazione, lungo tutta la loro vita.
Con lei si incontrerà in diverse occasioni, nell'arco di quarant'anni, nei locali storici della città piemontese, facendo respirare al lettore l’atmosfera degli anni salienti della storia locale.
La Donna di Picche è quella cui Roberto ha dedicato la sfida della vita: la morte e il cancro; questo fornisce lo spunto per profonde riflessioni religiose e spirituali. Nei suoi giorni all’ospedale Molinette, il dottor Anelli la incontra negli occhi di donne ammalate, vittoriose o sconfitte, combattive o arrese nel duello con lei. Una di queste donne è una delle amiche di gioventù dello stesso dottore, Chiara; con lei e con altri amici avevano percorso l’Italia degli anni Sessanta, per una vacanza indimenticabile, in pullmino e tenda canadese.
La Donna di Cuori è Barbara, la moglie che Roberto ha scelto e ancora gli sta accanto, presenza silenziosa e forte al contempo. Il suo arrivo nella vita dell’oncologo è preannunciato da due storie d’amore, vissute durante i due conflitti mondiali.
Nel 1917 il nonno di Roberto, figlio di nobili laureati, si innamora, contro tutte le convenzioni, di una “caterinetta” di Torino e va a convivere con lei, sfidando le ire dei genitori, poco prima di partire per il fronte di Caporetto. La nascita di ben due figli maschi, unici eredi della famiglia, farà capitolare i genitori e accogliere Ester.
Nel 1943, il padre di Roberto viene imprigionato su un treno diretto in Germania, ma riesce a fuggire; ferito, riuscirà a comunicare l’indirizzo della sua amata, conosciuta grazie agli scambi epistolari dell’epoca. 
Lo stesso Roberto cercherà la sua Donna di Cuori tra le donne forti sue coetanee. L’arrivo di Barbara nella sua vita, figlia di farmacisti e farmacista a sua volta, segnerà il suo fortunato destino di uomo sposato e padre felice.
Roberto, tra un “rilancio” e un “lascio”, giunge alla sua Donna di Fiori, l’adorata figlia Valentina, proprio nel giorno del suo matrimonio. Gli attimi che precedono la cerimonia, dalla partenza da casa all'arrivo alla chiesa di S. Massimo, proprio di fronte ai giardini Cavour, saranno di stimolo per una riflessione profonda sul senso della vita. Percorrendo la navata, in mezzo a tutti quei volti amici, Roberto attraverserà con la mente le fasi della vita di sua figlia: bambina che vede nel fiume Po un amico, ragazza spigliata e curiosa e, tra poco, moglie.
La partita è giunta al clou, due i giocatori rimasti, ma una strana nebbia avvolge Roberto, che deve ora giocare la partita più importante della sua vita. 


Basato su un mix di episodi realmente accaduti e invenzioni narrative dell’autore, Una strana partita è un romanzo coinvolgente, che fa riflettere e divertire.
Alessandro Boidi Trotti
«Da alcuni anni mi frullava in mente un canovaccio, sebbene ancora confuso» spiega il dottor Boidi Trotti. «L’ultima volta che avevo scritto qualche cosa era stato per l’esame di Maturità; poi ovviamente, testi scientifici e relazioni di lavoro, ma niente di ludico. Così il 7 gennaio, ad una settimana esatta dalla pensione, ho iniziato una confusa, ma reale, “Strana partita”».
Dunque una necessità di reinventarsi?
«Non avendo particolari hobbies, mi sono chiesto cosa mi piacesse e, indirettamente, potesse essere utile ad altri, qualche cosa però che fosse davvero mio. Volevo fare il punto sulla mia esistenza, essendo giunto ad un bivio importantissimo; volevo interrompere più di quarant'anni di vita professionale, per fare un po’ di chiarezza in me e anche, lo confesso, per proporre l’”Alessandro pensiero”. Tutto, però, con ironia, soffermandomi sui miei interessi culturali, cioè il calcio, o meglio la Juve, le canzoni, in particolare quelle degli anni Sessanta, le battute di spirito, la mia Torino, la sua Storia, i suoi caffè, le carte e specialmente l’amicizia. Devo confessare che da quasi subito lo scrivere mi ha dato un senso di libertà, come di un viaggio, per me che detesto i viaggi turistici, nel tempo e nello spazio, senza barriere».
Il filo conduttore, però, sono le donne; non solo le quattro protagoniste, ma anche molti personaggi secondari sono femminili. Cosa rappresenta per lei la donna?
«Bella domanda! Come vorrebbe il mio protagonista, il dottor Roberto Anelli, mi illudo di sapere parlare con le donne, ma lascio a loro l’ardua sentenza. Dovendo rispondere direi: sono il vero mistero della vita, ma guai non fosse così. Del resto nella Bibbia si narra che,  quando Dio la creò, l’Uomo fosse addormentato quindi…»
A chi consiglierebbe il suo libro?
«Spero possa interessare tutti. I miei coetanei che ritroveranno la vita torinese degli anni Sessanta – Settanta, ma  anche i giovani, che ne hanno certamente sentito parlare. Mi auguro piacciano a tutti le capatine storiche sulla Prima e la Seconda guerra mondiale, frutto dei  racconti sentiti dai miei nonni nell’infanzia. E ovviamente ai miei amici, sebbene io tema molto il loro giudizio. Alcuni di loro sono volutamente riconoscibili, anche se ho voluto cambiarne qualche caratteristica. Spero che dopo la prima lettura, dettata dalla curiosità, riprendano il libro in mano per vederlo anche sotto altre prospettive».
Un po’ di paura, dunque, e anche curiosità per le reazioni che avranno i lettori?
«E’ difficile mettersi in gioco così. Spero che lo apprezzino tutti e si ricordino che questo non è il mio mestiere,  ma che ho profuso il massimo impegno in questo esperimento, magari anche creando eccessive aspettative. Inoltre credo in una diversa lettura tra maschi e femmine. Per chi non mi conosce, spero si lasci coinvolgere, si lasci condurre da argomenti magari non scontati; ho cercato di trasmettere il concetto che si può parlare di cose serissime anche in un romanzo, ma anche che bisogna sapere ridere e divertirsi».
Ha parlato di aspettative da parte del pubblico di lettori conosciuti. C’è qualcuno in particolare che l’ha incoraggiata, che ha letto le sue prime pagine quando ancora non si parlava di un vero e proprio libro?
«Mia moglie Francesca, la Barbara del libro, ha letto la prima stesura ed è rimasta sorpresa, anche stupita. Forse non è stato facilissimo per lei, rivedersi come personaggio. Mi ha dato suggerimenti ed esortazioni utili e incoraggianti. Anche i miei figli Federico e Elena (la Donna di Fiori), dopo la sorpresa iniziale per questa attività paterna, mi hanno spinto a continuare. Non hanno letto ancora nulla del libro, ma forse temendo una mia involuzione da pensione, hanno visto una nuova vitalità. Aggiungo anche la mia editor Maria Teresa:  una comune amica ci ha presentati; le ho chiesto di leggere la prima stesura, per dirmi se dovevo buttare tutto nel cestino o se aveva un senso quello che avevo iniziato. La risposta è nelle vostre mani. E infine due amiche misteriose:  è colpa loro se siamo arrivati qui. Ancora donne, come vede».
Sappiamo che, nonostante la promozione del libro la terrà impegnata nelle prossime settimane, è già all’opera con un nuovo romanzo. Può parlarcene?
«Sono appena agli inizi, ma sarà un’opera molto diversa, di cui non accenno ancora nulla».
Allora arrivederci al prossimo libro.

mercoledì 24 settembre 2014

Tiziano Fratus, L'Italia è un bosco, Laterza



«In Italia abbiamo l’80 per cento del patrimonio culturale del mondo». Quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase, magari con qualche lieve differenza sulla percentuale? Nei toni più ottimistici, e spesso polemici, si riesce a sfiorare il cento per cento, per recriminare poi l’imperizia con cui la nostra classe politica e burocratica nasconde questi tesori in cantine o dentro cantieri perenni.
In ogni caso, che l’Italia sia meravigliosa e ricca di fascino è un dato di fatto indiscutibile: cattedrali rinascimentali, abbazie, intere città attirano turisti di ogni parte del mondo, come le nostre bellezze naturali. Basti una cifra (precisa, questa volta) come esempio: in Italia sono presenti 50 siti Unesco sui 1007 di tutto il mondo; ovvero cinquanta luoghi così preziosi che l’intera umanità deve impegnarsi per curarli e preservarli.
A far parte di questo raggruppamento non sono solamente le opere d’arte, ma anche il patrimonio naturale italiano, quelle meraviglie della natura per cui l’uomo non può addursi alcun merito, semmai quello di aver lasciato tutto intatto, cosa che troppo poco spesso accade. E tutto ciò senza contare i meravigliosi boschi che colorano e nutrono la nostra penisola.
Quando ho letto, anzi ho spiluccato, gustando come uno zibaldone di pensieri, come una guida turistica e letteraria, L’Italia è un bosco, il mio stupore è cresciuto pagina dopo pagina e la nostra bella e complessa nazione mi è sembrata davvero un’unica grande foresta, interrotta qua e là da paesi, città e laghi.
Ho il privilegio (che non penso di meritare) di abitare fuori dal centro, e con una passeggiata di venti minuti posso ritrovarmi fra gli alberi. Se cammino evitando le strade e le mulattiere, posso percorrere chilometri nei boschi, fino a raggiungere i pascoli d’altura. Eppure, nonostante ami camminare e osservare la natura intorno a me, non avevo mai riflettuto su quanto gli alberi possano dire: la storia degli alberi è la storia del mondo.
Ed è stato Tiziano Fratus, con il suo libro, ad aprirmi una nuova, meravigliosa visuale.
“L’enciclopedia arborea” potrei chiamarla, se volessi imitarlo nella invenzione delle parole che, spiega, è una qualità che ha appreso come poeta e che ora continua ad affascinarlo: coniare parole sbagliate, giocare con i significati.  E con le forme: pini come serpenti e ombrelli, larici dritti come giavellotti o sdoppiati a diapason, tronchi in cui crescono altri alberi, radici divelte dalle tempeste che avvolgono ancora i sassi a cui si ancoravano. Questo è ciò che ci mostra nelle pagine del suo libro, invitandoci ad andare di persona a cercare in tutta Italia i luoghi affascinanti e misteriosi che sono i boschi.
Dunque le foreste del nostro paese come musei a cielo aperto, come forme d’arte, per una promenade culturale che non può non condurre a reminiscenze letterarie, agli autori che prima di noi hanno fatto della natura un rifugio, un paradiso, un tramite con il soprannaturale. San Francesco per primo, Hanry David Thoreau, ma anche Rigoni Stern con i suoi animali selvatici, l'immaginifico Buzzati, e i contemporanei Mauro Corona e Erri De Luca, che dai boschi traggono anche lavoro e piacere.
L’Italia è un bosco è ricco di dati scientifici: altitudini, circonferenze di tronchi, percentuali, età, eppure si legge come un romanzo, cercando di saperne ancora, di scoprire di più. Si va alla ricerca, tra le pagine, di una nuova nazione, di un paese finalmente da scoprire a piedi, con lentezza, e in silenzio, nel rispetto di questa forma di vita che c’era ben prima della nostra nascita e ci sarà certamente quando noi ce ne saremo già andati.

Tiziano Fratus
alla 
Casa dei Libri di Rivalta
giovedì 25 settembre

mercoledì 30 luglio 2014

Davide Longo, Il caso Bramard, Feltrinelli


Ruota tutto attorno alla figura di Corso Bramard questo profondo e coinvolgente poliziesco di Davide Longo.
Corso, che deve il nome ad uno strano patto stipulato tra il padre e lo zio in tempo di guerra, è il protagonista assoluto di tutta la vicenda: è il commissario che vent’anni prima aveva indagato sul caso del killer delle ragazze; è a lui che il killer aveva rapito la moglie e la figlia, costringendolo, devastato e sconfitto, a lasciare la polizia. Ed è ancora Corso a riaprire ora le indagini, mai chiuse nella sua mente, grazie ad uno strano indizio riapparso dal passato che la scientifica non riesce a spiegare.
Eppure ben poco sappiamo del suo aspetto fisico, se non per qualche accenno lasciato cadere qua e là quasi per caso dall’autore. Anche la sua mente è un mistero, che lentamente si rivela, non a cerchi concentrici, ma a tasselli, in un puzzle che il lettore ricostruisce negli stessi istanti in cui si ricompone, pian piano, l’intricato caso di omicidi seriali.  
Fin dalle prime pagine scopriamo che è un solitario e che soffre di insonnia, ma non se ne lamenta e usa le lunghe veglie notturne per riflettere, per leggere e vivere i classici della letteratura, o per salire su una parete di roccia, ascoltando i richiami familiari degli animali notturni. Scopriamo che nella sua vita ci sono poche, pochissime persone importanti e che una di queste è Cesare, l’anziano e schietto proprietario di un bar-trattoria sulle colline piemontesi. L’altra è una collega, che tenta di scuoterlo dall’apatia, senza soffrirne troppo; è un’insegnante, come lo è Corso, che, abbandonata la polizia, ha scelto la strada più semplice dell’insegnamento ed è diventato professore di Italiano e Storia, in una scuola di provincia.
E poi c’è Elena, che ha lasciato in Romania un marito e una speranza, quest’ultima svanita con il primo e i soldi che lei gli mandava per la loro futura casa.
E’ una vita sospesa, quella dell’ex- commissario più giovane d’Italia, che sembra soltanto sopravvivere, in attesa di qualcosa o semplicemente di cadere da una parete, verso l’azzurro lunare del cielo.  Eppure sa che c’è ancora un compito da portare a termine, uno scopo per quei suoi giorni apparentemente tutti uguali, e che forse, una volta raggiunto, ci sarà qualcosa a dare un nuovo senso alla sua esistenza.
Nella sua indagine, naturalmente ufficiosa, non avendo più le credenziali necessarie per portarla avanti, lo accompagnano il commissario Arcadipane, tozzo e sgraziato quanto acuto d’ingegno, e Isa, una poliziotta scontrosa che nessuno vuole come collega.

Davide Longo ci accompagna in questa ricerca del suo protagonista con una prosa accurata e coinvolgente, arricchendo le frasi, in apparenza lineari, di sensazioni; affianca al protagonista Bramard personaggi talvolta appena accennati eppure memorabili, come l’affascinante Madame Gina, o come il viscido Forestale che “teneva la brace della sigaretta nascosta nel cavo della mano, anche se non erano sul ponte di una nave e non c’era un filo di vento”.







mercoledì 25 giugno 2014

Fabio Geda, Se la vita che salvi è la tua, Einaudi

E’ un inizio dolente, quello con cui Fabio Geda ci porta nella vita di Andrea Luna, il protagonista del suo ultimo romanzo.
Andrea corre per le vie della città: scarta passanti, schiva automobili, suscita per brevi attimi lo stupore di chi, ignaro del motivo che lo spinge a correre, lo osserva saettare fulmineo. L’abbigliamento è quello giusto, pantaloncini e felpa grigia, ma la velocità è irreale, Andrea corre “come per salvarsi la vita”. Senza riflettere ma soltanto percependo lontane sensazioni, l’uomo si getta come una furia in un ospedale, reparto ginecologia. Sua moglie, in una solitaria stanza, lo aspetta, furibonda e disperata: ha perso il loro bambino, da sola.
Da quel momento il dolore si insinua tra loro, rendendo la donna silenziosa e apatica, facendo capire all’uomo che questa è una pena che egli non può sanare, ma può soltanto osservare, assistendo all’isolarsi di quella che pensava la compagna della sua vita.
Un momento della mia presentazione
 alla Casa dei libri
Poi, com’è improvvisamente arrivato, così il dolore si attutisce. Agnese torna alla vita, dedicandosi con impegno accresciuto al suo lavoro e sottolineando così la disparità sociale con il marito, supplente saltuario di Arte e Disegno.
Con partecipazione conosciamo pian piano le delusioni e le sconfitte di Andrea, provando una compassione che ci fa approvare le sue scelte, anche se apparentemente assurde. Così siamo dalla sua parte quando decide di andare a New York, con la motivazione apparente di visitare la mostra “Dutch Golden Age”, ma invece per provare a rivivere quella che era stata la sua esperienza più libera di giovane laureato. L’aperta disapprovazione di Agnese, con il suo rinfacciare la misere entrate economiche del marito, ci sembra una prova di forza che lei deve perdere.
Andrea fugge nella Grande Mela, vive una fascinazione estatica davanti al Ritorno del figliol prodigo di Rembrandt che lo porta a riflettere su se stesso, sul suo essere più simile al fratello maggiore, ingiustamente messo da parte dal pentimento del minore.
Dunque, quando Andrea, quasi per caso, non sale sull’aereo di ritorno, non riusciamo a condannarlo e ancora lo accompagniamo con complicità all’ostello, per un’altra settimana di riflessione, forse di ossessione.
Poi il ritmo accelera e l’uomo che non è riuscito a divenire padre si lascia andare all’apatia totale, all’indifferenza per tutto ciò che lo circonda e per ciò che egli stesso è. Il percorso si fa complesso, la coscienza di Andrea non ci pare più così limpida e cerchiamo di comprendere, attraverso i suoi gesti, quale sia la spinta che lo muove, con l’angosciante sospetto che non ci sia nulla. 


Narrato in terza persona al tempo presente, il romanzo cattura fin dalle prime righe, impedendo al lettore di lasciare Andrea al suo destino.  I cento personaggi che lo affiancano, così sfaccettati nella loro varia umanità, sono l’unico contatto che il lettore ha con un protagonista difficile da disegnare, eppure così simile ad ognuno di noi, nelle sue contraddizioni, nel suo alternarsi di sensi di colpa e vittimismi. La sua vera vita, quella che fin dal titolo sappiamo che egli dovrà salvare, fiorirà solo nelle difficoltà, nel superamento di ostacoli.
Sostenuta da una prosa di alto livello stilistico, la trama si contorce lungo le sensazioni e gli incontri di Andrea, trascinando il lettore nei quartieri poveri di New York, mostrandogli una nuova visione dell’immigrazione clandestina: quella in cui gli immigrati siamo noi.
Fabio firma la prima copia ancor prima della presentazione


lunedì 26 maggio 2014

Elena Bosca, Sweet love, La Corte Editore

è stata gradita ospite a Giaveno 
martedì 10 giugno 
con il suo romanzo
Sweet Love, la ragazza delle torte
Ha presentato Edoardo Favaron

Con lei ha chiacchierato il maestro cioccolatiere
Guido Castagna

Com'è nato il libro?

Torino e il cioccolato.

Sono le 8,30 di una mattina qualunque di inizio estate e Wendy è pigiata nella folla sul tram che sferraglia nelle vie del centro di Torino. Come ogni mattina, da ormai quattro anni, sta andando al lavoro nell’agenzia aDora, Organizzazione Eventi, gestita dall’intraprendente quanto affascinante Dora, appunto.
Wendy sta pensando all’agognato aumento di stipendio e alla promessa di imminente assunzione a tempo indeterminato quando una donna, in evidente stato interessante,  si insinua a fatica in quel pigia pigia. La situazione sarebbe per lei già parecchio complicata, anche senza l’improvviso intervento di un controllore che non accetta alcuna spiegazione per il suo biglietto non timbrato.
E’ un attimo: la nostra Wendy, generosa e impavida, indossa i panni del supereroe e, strappati metaforicamente i bottoni della camicetta, vola in suo soccorso, obliterando un biglietto per lei. Quel che non può immaginare è che da quel semplice gesto di cortesia la sua vita verrà totalmente scombussolata.
«Devi aprire le tue ali, Wendy» le dice la donna, dopo averle afferrato la mano e aver cominciato ad osservarle il palmo come se fosse una mappa del tesoro.
Non male come consiglio, ma come fa quella sconosciuta a sapere il suo nome? Forse è davvero una sensitiva, dunque, perché non tentare?
Così, poco dopo, Wendy si ritrova con un mutuo gigantesco appena acceso, uno storico fidanzato che l’ha appena lasciata e un licenziamento al posto della desiderata promozione.
La tentazione di abbandonarsi a pianti e lamenti è forte, ma non nelle corde della nostra giovane intraprendente. Durante un weekend a casa di suo padre, la necessità le farà riscoprire doti che aveva accantonato per il lavoro e, forse, una nuova strada da percorrere.
Con la sicurezza che l'amicizia di Lara e Maggie le dona, proverà davvero a spiccare il volo, anche a rischio di qualche disastroso atterraggio di fortuna.



mercoledì 21 maggio 2014

Giuliana Barbera Castiglia, Un'ipotesi per Eufrasia

Siamo nei primi anni del Novecento e Torino è una città splendente; la Belle Époque giunta da Parigi sta illuminando le vie, i palazzi e le donne, che diventano ogni giorno più allegre e vivaci. Almeno quelle della buona società.
Eufrasia non appartiene ad esse; suo padre è un operaio della fornace di mattoni della famiglia Barbera,  e lei vive in un “ciabòt” senza acqua corrente, pigiata con gli altri membri della famiglia in uno spazio ristretto e malsano. Ma il suo carattere risoluto le fa credere che esista qualcosa di più importante del ceto sociale: la sua intelligenza.

Proprio in quel giorno Eufrasia cammina veloce sui polacchini, ben in vista da quando ha accorciato, con un gesto irriverente, l’orlo della gonna di quindici centimetri. La sua statura e la sua bella presenza non la fanno passare inosservata, ma lei non si cura di chi può guardarla per strada: sta andando in piazza Castello, ad un appuntamento con un uomo affascinante che non si farà aspettare e di cui, senza volerlo ammettere, è già innamorata. È Marco Barbera, uno dei proprietari della fornace, il suo titolare, da quando ha iniziato a lavorare nell’ufficio contabilità.
La visione del mondo della ragazza, così progressista per quegli anni, è dovuta anche a suo padre Giacomo, così chiamato in onore di Puccini dalla madre, sarta di scena, che lo partorì dietro le quinte. Egli ha sempre creduto fermamente nell’importanza dell’istruzione e ha voluto dare più possibilità ai suoi figli, mandandoli alla scuola gratuita delle suore. Egli stesso capisce perfettamente che la spartizione sociale in ricchi e poveri è troppo divaricata e cerca un riscatto con i primi scioperi e le proteste, divenendo il leader dei fornaciai.
Marco, il padrone, non sarà un ostacolo, la sua mente aperta e la sua generosità permetteranno le prime conquiste agli operai dei mattoni: una cooperativa delle Fornaci Riunite e una cassa mutualistica.
Non per questo la distanza di censo tra Marco e Eufrasia potrà essere colmata: Giacomo non permetterà, d’accordo con la concreta figlia, un matrimonio impossibile. La ragazza dovrà sposare qualcuno di più adatto alla sua condizione, qualcuno che suo padre ha già ben definito nella mente, sperando che la ragione possa aver la meglio sui sentimenti.

Giuliana Barbera Castiglia ci guida con bravura lungo la storia di sua nonna, personaggio per lei affascinante e avvolto da un’aura di mistero, non avendola conosciuta personalmente. La vicenda privata e intima, che l’autrice arricchisce con la fantasia, colmando le lacune di una storia familiare incompleta, viene perfettamente intrecciata ai fatti chiave dei movimenti sociali di inizio secolo: le rivolte operaie, le prime emancipazioni femminili, le scoperte e le invenzioni che si impongono alla tecnologia e alla scienza in modo perentorio in quegli anni di fermento. 
Un romanzo ricco e avvincente, che coinvolge il lettore e lo cattura in una trama densa e imprevedibile, con personaggi degni dell’alta narrativa storica. Sotto le molte vicende e i colpi di scena il lettore viene accompagnato nel corso di tutto il romanzo da un sottofondo costante, un filo rosso appena percepibile ma che sta decisamente a cuore all’autrice: l’amore per la cultura.




mercoledì 14 maggio 2014

Enrico Camanni, Il viaggio verticale, Ediciclo editore

E’ un libro intimo questo Viaggio verticale, l’ultimo pubblicato da Enrico Camanni, ed è il primo che lo veda, in un modo o nell’altro, protagonista. Durante la sua lunga carriera di giornalista e scrittore, ha seguito nei suoi innumerevoli articoli, editoriali e libri un unico filo rosso: la montagna.
Alpinista appassionato fin da bambino, nel 1977, a vent’anni, era già caporedattore della Rivista della montagna e da allora non ha mai messo da parte la penna o le scarpette, cementando un’unione duratura e in continua evoluzione tra la scrittura e l’arrampicata.
Camanni parla al pubblico attento nella splendida
cornice del Giardino delle Donne ad Avigliana.
Alle spalle il banchetto della Casa dei Libri
e di Trekking Sport.
17/5/14
Cronaca, storia, biografia, romanzo: la montagna è stata spunto, materia viva o scenario dei suoi servizi giornalistici come dei suoi libri. Mai però come in Viaggio verticale la montagna era stata rappresentata da Camanni in modo così personale, così profondo.
In questi trentatré brevi capitoli, che non seguono una cronologia o una logica di causa effetto, possiamo leggervi una sorta di diario, un quaderno di riflessioni, uno zibaldone di pensieri che in modo apparentemente casuale ci guida verso le profondità dell’amore per l’arrampicata.
“Chi non ha mai sentito il bisogno di scalare un albero non è mai stato bambino” dice all’inizio di uno di questi. Il desiderio di salire, di affrontare il vuoto in contrasto con la paura e il controllo, è uno dei temi-guida che l’autore affronta: la paura di cadere o il terrore inconscio dell’abisso che si apre sotto i piedi dello scalatore si uniscono in modo indissolubile all’euforia che la stessa vertigine causa. Il distacco mentale che la parete crea in chi la affronta trascina in una “realtà separata”, nell’incanto di entrare in un mondo senza tempo, dove le dimensioni acquistano un valore astratto e magico. Un incantesimo che finisce al momento stesso in cui il piede torna a contato con il piano e le mani non servono più per camminare.
“Dopo l’ultimo strappo toccammo il colle e finalmente ci arrampicammo sulla montagna” racconta nel capitolo Vertigine, osservando la salita con gli occhi di se stesso bambino. “Fu così che fiutai il fetore del vuoto” e noi, leggendo le sue parole sentiamo la stessa paura, la stessa impotenza contro una forza che non possiamo vincere che con la ragione.
Cosa ci spinge dunque a salire? E’ la domanda che nel corso di tutto il libro viene posta al lettore attraverso le imprese di mostri sacri dell’arrampicata, o dell’autore stesso o, in un gioco letterario, da chi prima di lui ha voluto cercare una risposta: Buzzati e la ricerca delle illusioni, Hermann Hesse e il contrasto tra la vera vita di Boccadoro e la meditazione interiore e statica di Narciso.
Camanni gioca con la letteratura, assorbe le immagini e i pensieri dei grandi autori che di montagna hanno vissuto e narrato, o trasferisce i propri pensieri nei personaggi da lui stesso creati, plasmandoli con i suoi desideri e creando episodi che non conoscevamo ancora.
In modo leggero e senza strappi entriamo nel mondo dei grandi scalatori del passato, nello spirito di sacrificio ed eroismo che li guidava; li osserviamo con lo sguardo disincantato degli arrampicatori del Nuovo Mattino, per cui scalare era divertimento e non sfida. Ma in ognuna di queste pagine il vero protagonista è Enrico, perché è attraverso le sue parole che anche noi lettori possiamo vivere le età dell’arrampicata e sentirne il fascino cangiante: i rami di un albero attirano il bambino che vuole salirvi, le altezze dei muri, degli scogli e dei massi erratici tentano il ragazzino; il giovane vuole conoscere l’ebbrezza della sfida e della vertigine, per scoprire, una volta raggiunta la maturità degli anni, la grandezza degli spazi e la spiritualità dell’ascesa.
Un vero piacere, per me, leggere un brano del
Viaggio verticale davanti al pubblico



lunedì 5 maggio 2014

Massimo Tallone, L'amaro dell'immortalità, Fr. Frili


Cos’è l’amore, quel sentimento vago, indefinibile che tanta materia regala a poeti e narratori? Molti hanno tentato di descriverlo; sensazione di euforia, di ebbrezza o, al contrario, di vuoto angosciante, di sete inestinguibile. Nessun risultato: se non lo si prova non lo si conosce, si può solamente credere alle parole digerite da chi lo ha sperimentato e, magari, messo in musica.
Anche il Cardo, quell’essere quasi umano che vive in una stanza abbandonata nelle vecchie cascine di Stupinigi, anche lui, finalmente, lo ha conosciuto e ha scoperto che “si può soffrire e piangere senza ritegno al pensiero che lei possa star male, o all’idea che possa andarsene”.

Cosa fare allora per trattenere l’amata? Come rendere concreto, reale quel che è così evanescente ed effimero? Innanzitutto con il denaro, semplice; per poter mantenere colei che tanta gioia dà ai nostri occhi e al nostro cuore, per proteggerla, per farle regali. Così anche il Cardo non può più evitare queste trappole e, per la prima volta nella sua vita, cade in un vortice che lo trascina verso qualcosa di terribile e, fino a poco prima, inaccettabile: un lavoro. Non solo, ma un lavoro onesto.
Ovviamente nessuno lo deve sapere, ne andrebbe della sua reputazione; lui, il  nullafacente per antonomasia abbassarsi a firmare un contratto (a tempo determinato, non esageriamo) e ad alzarsi ogni mattina dal suo lurido futon, con le pulci e i pidocchi a tenergli compagnia, e a recarsi al supermercato per piegare scatoloni. Se dovesse spargersi la voce, sarebbe un’onta irreparabile.
Per fortuna il destino gli mette davanti uno strano personaggio che gli offre un’occasione migliore: dipingere un trompe l’oeil per una cifra ingente, anzi, smisurata. C’è solo un intoppo, per due settimane dovrà trasferirsi nelle Langhe, a casa del cliente e abbandonare la sua amata. Resisterà?
Nel lambiccarsi il cervello su questa domanda, però, il nostro pittore si è dimenticato di riflettere a fondo sulla questione più seria e cioè: ma perché diamine un miliardario dovrebbe proprio commissionare a lui quel lavoro?










venerdì 2 maggio 2014

Sara Goria, Seconda classe, Lineadaria editore


Con una istantanea dell’infanzia di Andrea entriamo, già nelle pagine del Prologo, nella sua vita, una vita segnata dal dolore fin dai primi anni, per un evento di cui il protagonista non ha alcuna responsabilità: suo fratello Carlo, ammalato gravemente, è morto da piccolo, lasciando dentro di lui un senso di inadeguatezza, di rassegnazione all’infelicità che nulla potrà eliminare.
Eppure uno scambio casuale di sguardi, un incontro dovuto solamente ad una coincidenza, sembra dare una svolta a quel destino già profondamente segnato a soli diciassette anni di età. Una splendida donna, più vecchia di lui, lo sta osservando dalla pensilina dell’autobus che entrambi stanno aspettando.
Non saliranno su quel mezzo, ma inizieranno un dialogo che li porterà ad unire i loro destini, le loro apparenti solitudini. Per la prima volta Andrea comprende cosa significhi essere ascoltato, capito e, forse, amato; capisce che il suo essere “non convenzionale” non necessariamente deve essere una difficoltà. La paura, però, è forte; questo nuovo sentimento, così potente, così pericoloso, lo spaventa facendolo ancora fuggire da se stesso.
Passano gli anni, le figure attorno a lui, che egli vede come evanescenti e di semplice contorno, tentano inutilmente di scalfire la sua dura scorza. Roberto, l’amico di sempre, procede nella sua storia sentimentalmente banale eppure felice; la madre, annientata dalla morte del figlio piccolo, passa le giornate a letto, nel torpore artificiale dei farmaci; il padre cerca al di fuori del nucleo coniugale una apparente felicità.
Poi la svolta: Andrea proverà a prendere nelle sue mani le redini del destino, a smettere di seguire i binari prestabiliti della sua storia, per poter finalmente dimenticare il passato.
Sara Goria ci affianca a questo personaggio, facendoci osservare la sua esistenza come da un vetro, come un passeggero seduto di fronte a noi, in seconda classe.



Sara Goria ha presentato in anteprima il suo romanzo Seconda classe al salone del libro di Torino, Stand "FIDARE", Padiglione 1, D44.



venerdì 4 aprile 2014

Giovanni Battista Argenziano, Frammenti, Vertigo

Frammenti, non Canzoniere, non Antologia, questo è il titolo che Giovanni Battista Argenziano ha voluto per la sua raccolta di poesie, quasi ad evidenziare che si tratta di  parti di un tutto. Un’incompletezza che la copertina in bianco e nero richiama: un puzzle di cui non si intravvede il disegno, con i pezzi scomposti, sollevati.
Eppure leggendo queste poesie, o meglio, assaporandole, si intuisce una grande profondità che la leggerezza delle parole non nasconde. La loro musicalità, le rime pacate anzi esaltano i significati profondi, talvolta anche duri, che l’autore ha certamente voluto trasmettere.
I messaggi ci vengono comunicati con una apparente calma, ma colpiscono con la loro precisione,  penetrano a fondo nell’animo del lettore lasciando una traccia indelebile.
Il valore dell’amicizia, dell’amore contrastano con la falsità dell’apparire; il dolore della solitudine si stempera solo con la condivisione: “gli altri esseri li vivo separati da me”, scrive l’autore in Condividere, sapendo che ciò che andrà fatto sarà invece diventare un tutt’uno, un “insieme di cui farò parte”.

Della condivisione Giovanni Battista Argenziano ha fatto il suo obiettivo, diventando coordinatore dell’Associazione Culturale Polvere di Luna,  di Rivoli. L’intento dell’Associazione è prendere in esame gli aspetti che, nella società, vengono visti come fonti di divisione e frattura, e trasformarli in spunto per una crescita culturale. Con la scrittura e la lettura, cioè grazie alle passioni letterarie, che incentivano la conoscenza e la disponibilità, e grazie anche all’amore per l’ambiente e la natura, Giovanni porta avanti questo intento.



Giovanni Battista Argenziano
 sarà al 

Treff di Giaveno 

mercoledì 9 aprile, alle 20,30

per presentare la sua raccolta di poesie

martedì 25 marzo 2014

Luigi Schifitto, L'uomo con lo zainetto, Gilgamesh

Un uomo scende dal cinquantotto all’angolo di Via Vespucci; sulle spalle ha uno zainetto da studente, nonostante abbia almeno una cinquantina d’anni, ma i torinesi non lo degnano di uno sguardo, non si lasciano certamente sconvolgere da così poco. Eppure dovrebbero, perché quell'uomo sta per compiere un efferato omicidio, premeditato ed organizzato con cura maniacale.
Il commissario Stefano Cavalli si ritrova questo caso per le mani, oscuro persino per la città esoterica, famosa per la magia nera, l’occultismo e i misteri paranormali. Niente di paranormale, però, nella crudeltà di questo assassino, che non esita, una volta portato a termine il primo compito, ad affrontarne un secondo, questa volta a Pinerolo.
Cosa lo avrà spinto a scegliere come vittima un docente di Filosofia medievale dell’Università di Torino? Certo, il professore non era l’acqua cheta che il suo ruolo avrebbe fatto immaginare, con tutte le studentesse che portava a casa, anche in gruppetti. E perché quello che subito viene etichettato come serial Killer uccide poco tempo dopo un avvocato civilista?
L’unico collegamento sembra essere la Città Eterna, o meglio, il biondo Tevere, le cui immagini in cartolina sono diventate il biglietto da visita dell’assassino; peccato che le due vittime non abbiano alcun punto di collegamento. Ci vorrebbe un dato in più, ma non sicuramente una nuova vittima.
Il metodico commissario Cavalli, abbandonata a malincuore la provincia Granda e la sua bella Cuneo, affronta con metodo e pazienza un caso scomodo e sensazionale, su cui i giornalisti si avventano come mosche, magari grazie all’aiuto involontario della Polizia.

Luigi Schifitto 
incontrerà i suoi lettori 
alla Casa dei Libri di Rivalta
venerdì 28 marzo
alle ore 18,30

giovedì 20 febbraio 2014

Antonio Manzini, La costola di Adamo

Ad Aosta la pioggia di marzo non annuncia la primavera, non è la pioggerellina tiepida che sveglia i prati e i fiori di Roma; è gelida, con un’anima di neve; si infila negli scoli e nei torrenti, scomparendo da qualche parte, ma lasciando fradici tutto e tutti.
Il vicequestore Rocco Schiavone, giunto al suo nono paio di Clarks in sei mesi, ancora non se ne capacita; da abitante della capitale stenta a credere che qualcuno possa non solo vivere ad Aosta, ma anche trovarcisi bene.
Certo, qualche cosa buona anche in quella fredda città, abbarbicata tra i monti più alti d’Italia, si può trovare. Belle donne, ad esempio, con le caviglie snelle che si destreggiano sui tacchi laddove per lui è difficile camminare con i doposci;  vini niente affatto male, nonostante l’altitudine dei vitigni, come il Blanc de Morgex che scende beato lungo la gola; e poi montagne spettacolari e cieli che, nei rari giorni di sole, splendono e stupiscono.
In questo secondo romanzo, il vicequestore Rocco Schiavone sta tentando di adattarsi a vivere in questo mondo freddo e silenzioso, anzi, sta tentando di adattarsi a vivere e basta.
In fondo per lui “casa” è un sostantivo che ha perso il significato più intimo e personale: non è più il calore di un ritorno, un rifugio per abbandonare al riposo le proprie stanche membra, un nido dove accoccolarsi. La sua casa di Roma è vuota e i mobili aspettano di essere consumati dai tarli, sotto spettrali lenzuola. Il suo appartamento di Aosta è un televisore, un frigo gelido e un letto ancor più freddo.
E poi cos’ha di diverso Aosta dalle altre città italiane? Anche lei nasconde del marcio qua e là; traffici di droga, di refurtiva; immigrazioni non proprio alla luce del sole. Ecco, forse nel suo ufficio ritrova un po’ di se stesso, tra i colleghi validi o incapaci e i delinquenti da scoprire e, possibilmente, arrestare. L’anima di Rocco, ormai spenta, trova vitalità nelle indagini da seguire con cura e attenzione e anche con un po’ di cuore. Del resto come si potrebbe restare indifferenti davanti ad un cadavere di una donna, una donna che è stata percossa violentemente e poi impiccata?
Le donne non dovrebbero mai essere maltrattate, neanche dal tempo: invecchiare è una cosa da uomini.

Incontro Antonio Manzini, alla Casa dei Libri di Rivalta: scrittore, sceneggiatore, regista e anche attore.
«Non più, quello è un capitolo chiuso» la sua, più che una constatazione, sembra una minaccia.
E pensare che io, appena l’ho visto entrare nella Casa dei Libri, mi ero immaginata un perfetto Rocco Schiavone con le sue fattezze. Glielo dico.
«Guarda, ho il terrore di sentirmi dire che faranno dei telefilm dai miei libri» e un sorriso lo percorre, come un’ombra. «Già mi sento il regista: “Guarda Antonio, dobbiamo cambia’ un poco, rendere più televisivo”. E’ tutta una questione di Auditel, e non so se mi va».
Del resto Rocco è la sua creatura, l’ha pensato, visto, immaginato prima ancora di scriverlo. Come nasce il vicequestore Schiavone?
«E’ nato a Champoluc. Me ne stavo su quelle piste meravigliose, quando un amico mi dà un passaggio sul gatto delle nevi. Era ripidissimo e io mi vedevo già rotolare e finire sotto i cingoli, quando penso: “E perché no? Un cadavere nascosto sotto la neve, maciullato dal gatto, di notte…” ed ecco il primo caso».
Sulla neve delle montagne della val D’Ayas, un vicequestore romano, nato e vissuto a Trastevere, cosa ci fa?
«Da solo non ci sarebbe mai andato, lui odia la neve. Si ostina a calzare le Clarks che riduce a stracci in pochi giorni, si mette il loden perché crede sia adatto. Non lo sa che gli altoatesini il loden lo portano d’estate».
Il pubblico della libreria scoppia nella prima delle tante, innumerevoli risate. Manzini è un affabulatore, racconta di sé, dei suoi libri e trascina la gente accalcata per lui con le sue parole.
«A me piace la neve» continua ammiccando, «sia ben chiaro, ma lui, poliziotto di origini povere, nato e cresciuto con i peggiori delinquenti del quartiere, ci va solo perché obbligato»
La sua è una vera punizione, per essere intervenuto in un caso di stupro seriale dove l’imputato, per sfortuna del vicequestore, era il figlio di un segretario di partito. Meglio della prigione, comunque.
«Rocco ha un’idea tutta sua della giustizia, anche perché sa che in Italia, prima di arriva’ al processo, ha’ voja!»
Lui si fuma gli spinelli, lascia andare i piccoli delinquenti, e magari interviene personalmente su quelli che tanto non verranno puniti. Non hai paura che qualcuno dica che i tuoi romanzi sono diseducativi?
«Embè? Mica voglio fare la morale. Rocco ha tanti difetti, ma ha anche un passato terribile. La moglie non c’è più, anche se lui continua a parlarle, e per lui non c’è nessun’altra donna, almeno nel suo cuore. Per il resto, sono esigenze fisiche, a lui piacciono le donne, non riesce proprio a resistere».
Nei ringraziamenti della Costola di Adamo scrivi:
Al 21 novembre dell’anno 2013, anno in cui ho scritto il libro, i casi di femminicidio in Italia sono stati 122.
Cosa si può fare per fermare questa violenza?
Scuote la testa e gli angoli della bocca si piegano in una smorfia delusa:
«Ma cosa vuoi fare, quando uno è cresciuto a sberle e calci… Niente, per questo anche Rocco aggira la giustizia» il suo sguardo è eloquente.
« E ricordate che con “femminicidio” si intendono solo gli omicidi il cui movente è dovuto al fatto che la vittima era una donna, non, chessò, la proprietaria di una gioielleria. Uccidere la propria moglie per gelosia, la fidanzata, la figlia della compagna per farle violenza è una cosa imperdonabile»
E con lui commentiamo: finché il numero non si azzererà, non potremo definirci un paese civile. 


giovedì 13 febbraio 2014

Quale futuro per la montagna?

Tre incontri-dibattito al CAI di Giaveno. Il 12 febbraio, 12 marzo e 16 aprile.

Chiedersi quale futuro possa esserci per la montagna può sembrare una domanda futile. Viste come emblema stesso dell’immobilità, le montagne hanno attraversato negli ultimi sessanta, settant’anni, sconvolgimenti di tipo ambientale e sociale che, semplicemente ripescando nella nostra memoria e in quella dei nostri genitori, riusciamo perfettamente a ripercorrere.

L’abbandono che ha spopolato le centinaia di borgate della val Sangone, che ha soppiantato le coltivazioni e i pascoli sostituendoli con boschi selvatici, che ha fatto crollare muretti di contenimento e riempito i torrenti di detriti era comunque causato da ottime ragioni: la difficoltà della vita, degli spostamenti, talvolta la povertà dovuta alla vita semplice e ai rischi che comporta un lavoro basato sui cicli naturali. Tutto questo ha spinto una intera generazione di montanari a scendere verso la pianura, attirati da un lavoro certo, sebbene talvolta svilente e monotono, e dalle nuove comodità portate dal boom economico.
Cos’è cambiato però in questi ultimi dieci, vent’anni, che ha portato alcune persone, soprattutto giovani, a lasciare la città e ad aprire nuove aziende sulle Terre Alte? Perché molti di loro, dopo anni di studi, freschi di laurea, hanno preso in mano la motosega e la zappa e riaperto all’agricoltura e all’allevamento appezzamenti inselvatichiti dai rovi e dai frassini?

E ancora, come sarà possibile che queste nuove, piccole comunità, talvolta composte da una sola famiglia, mettano le radici e creino le premesse per un nuovo massiccio ripopolamento?
A queste domande e a molte altre ad esse legate tenteremo di dare non tanto una risposta, quanto una giusta direzione, in una rassegna di incontri alla sezione CAI Giaveno, nelle date del 12 febbraio, 12 marzo e 16 aprile.

I presenti saranno invitati a portare la loro testimonianza e arricchire così una discussione che sicuramente resterà aperta, ma che, al termine della rassegna, avrà certamente indicato nuove possibilità.

Per chi avesse una testimonianza da portare, o semplicemente volesse assistere agli incontri:
info: mariateresa.carpegna@gmail.com
info: info@caigiaveno.com

lunedì 20 gennaio 2014

Sonia Rolando, Controvento, Ilmiolibro

La vita di Rossana sembra giunta ad un punto di non ritorno: senza alcun preavviso il suo direttore la convoca, non per l’atteso rinnovo del contratto, ma per licenziarla.
Da un momento all'altro, la giovane donna si trova a fare i conti con il suo futuro. Senza lavoro, una storia d’amore finita tanto tempo prima, ma che ancora lascia strascichi dolorosi, la sua vita sembra ruotare su se stessa, in un continuo loop che non conduce da nessuna parte.
All'improvviso comprende che le sue fragili radici sono state recise con un unico, spietato taglio netto, e il coraggio di guardarsi avanti svanisce, lasciando il posto al desiderio di mollare tutto senza più lottare.
Delusa e amareggiata, decide di accettare la proposta della sorella Erika e si rifugia per qualche giorno a Stresa, nell'appartamento del marito di lei. Lasciata Bologna quasi di nascosto, ritrova nella città sul lago la calma e la voglia di ricominciare.
Cosa sarà a spingerla? Sicuramente l’esperienza dell’amica Linda, come lei delusa da una storia d’amore finita dopo anni e promesse di vita insieme; certamente le paure della sorella, il cui marito è spesso assente alla sera; ma ancor di più gli incontri che la sua vacanza la porterà a fare. Una bimba dal padre burbero, un uomo misterioso che intimorisce Rossana e soprattutto la sua nuova, meravigliosa amica Sara.

Il romanzo d’esordio di Sonia Rolando è un’opera scaturita dalla sua fantasia ma con profonde basi concrete: non si tratta di una storia realmente accaduta, ma di una storia che potrebbe accadere, tutti i giorni.

La vicenda si dipana, in modo apparentemente semplice, in un arco di tempo piuttosto breve della vita della sua protagonista. Eppure dietro eventi, a prima vista, ordinari si cela una storia che presenta aspetti singolari e imprevedibili: il coraggio di ricominciare può avere molte sfaccettature differenti.
«La mia vena letteraria è la poesia» spiega Sonia, «dove posso esprimere emozioni e sensazioni con immediatezza. Ma volevo vincere una sfida con me stessa e dedicarmi ad un romanzo. Ebbene, ce l’ho fatta!» commenta ancora incredula.
Un romanzo che nasce da una esperienza personale e che vuole dare una speranza a tutti:
«I miei personaggi si trovano, in un modo o nell'altro, di fronte a degli ostacoli e devono saper cogliere le occasioni che la vita ci dona. So che non è affatto facile, ma bisogna tentare».
La scrittura scorrevole, le situazioni coinvolgenti fanno di Controvento un libro adatto ad un pubblico ampio.
«So che la storia di Rossana potrebbe attirare un pubblico in prevalenza femminile, ma ci sono situazioni in cui anche un uomo si può ritrovare e identificarsi. Certamente il personaggio di Riccardo è stato per me il più complesso: entrare nella mente di un uomo è sicuramente più difficile» spiega con modestia, «ma è anche una sfida emozionante».
Creare destini, intessere le fila dei personaggi crea con il loro autore un legame indelebile; quale delle tue “creature” ha richiesto più impegno?
«Sicuramente il personaggio di Sara, che mi ha posto quesiti profondi e dolorosi, ma che mi ha coinvolto maggiormente».



19 gennaio. Pizzeria La Pace. Giaveno
Sonia Rolando ha presentato per la prima volta il suo libro, davanti ad un pubblico attento e partecipe, la sera del 19 gennaio.
La sua schiettezza e le parole del romanzo, lette a voce alta, hanno coinvolto ed emozionato i presenti, che hanno posto domande e fatto osservazioni calzanti e dirette.
L'emozione dell'autrice era evidente, ma si è stemperata con il calore dimostrato da tutti.






Cerca nel blog