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mercoledì 8 aprile 2015

Enrica Tesio, La verità, vi spiego, sull'amore, Mondadori

Raccontare la trama di La verità, vi spiego, sull’amore sarebbe come dire che la meringata è un aggregato di carboidrati, lipidi e proteine di origine animale. Sì, gli ingredienti ci sono e sono ottimi: c’è una donna giovane con due figli piccoli che è appena stata lasciata dal marito, c’è la sua più cara amica, Sara, incapace di costruire relazioni stabili, c’è una tata maschio che invece trabocca di sentimenti, proprio verso la stessa amica. Ci sono le mille incombenze quotidiane che una mamma distratta, e ancora ben fornita di ormoni, scorda di portare avanti; ci sono i nonni, puntigliosi, svagati o in fase di rinnovata liberazione culturale; ci sono i vicini di casa New Age e gli studenti universitari, i locali notturni di Torino e i giardinetti pubblici, con i loro ben diversi frequentatori.
E poi c’è Enrica Tesio, ed è lei il vero ingrediente segreto della ricetta. La sua capacità di montare a neve i bianchi d’uovo, di dosare perfettamente lo zucchero, perché non diventi tutto stucchevole o sciapo, a rendere la panna soffice eppure compatta, guarnendo il tutto in maniera impeccabile e fantasiosa è da grande chef.
Così Dora viene trasfigurata in un personaggio memorabile, che ha compreso come la felicità sia una lunga e faticosa conquista, anche in amore, che richiede impegno e una forte dose di tolleranza e di ottuso ottimismo, nonché la mai abbastanza lodata qualità di saper ridere di se stessi.
Dora è una mamma affettuosa, che si prepara alle richieste della psicologa disegnando gli scarabocchi di suo figlio Pietro, con i piedi (a lui non piace disegnare e non vorrai mica dirlo alla psicologa, tanto più che somiglia a Renato Zero). È un’amante calda e disponibile. Fin troppo disponibile. Diciamo che non si è privata di esperienze, tanto che nel suo presepe individuale non manca nessun personaggio, neanche il Re Magio nero e il suonatore di cornamusa.
Finché non ha incontrato Davide e il suo orologio biologico ha battuto due forti rintocchi sonori: Pietro, di tre anni e Micol, di tredici mesi. Non fosse stato per quel Natale, in cui, di ritorno dal cenone, si sono trovati la porta aperta, i vestiti sul letto e niente di mancante, e la consapevolezza che la loro storia era finita. Da quel giorno Dora si destreggia tra il lavoro in ufficio, i confronti con le mamme favolose ai giardinetti e le situazioni esilaranti che i suoi occhi catturano e il suo estro elabora.

Enrica Tesio ci regala un romanzo che diverte, anzi fa sganasciare, nel corso della lettura, ma appaga con le profonde riflessioni e i forti legami con la letteratura. Le citazioni bizzarre da film e romanzi celebri, i giochi di parole buffissimi ed elaborati, le vicende coinvolgenti dei protagonisti sono solo una parte delle qualità di questo libro.
Per conoscerle tutte è necessario leggerlo e regalarne una copia a chi sarà ben felice di ripetere con noi le battute e sghignazzare delle situazioni esilaranti che vi si trovano. 

mercoledì 1 aprile 2015

Massimo Tallone, A bottega dal maestro di cazzeggio, Golem

Che cos’è il “cazzeggio”? Lo Zingarelli limita la definizione all’attività di “chi parla a vanvera, non seriamente” o anche di chi “dice o fa cose sciocche o frivole”. Decisamente riduttivo.
Vediamo dunque di capire cos’è il cazzeggio, sebbene sia un concetto che rifugge da ogni ingabbiamento, da ogni classificazione, da ogni “forma rigida di pensiero”, per citare il maestro, nonché autore di questo indispensabile manuale, MassimoTallone. Il cazzeggio è vago, indefinito, sfuggente e, come dice Leopardi, tutto ciò che è vago è poetico.
Allora il cazzeggio è poesia? Eh, quanta fretta. 
Non penserete mica che un concetto così complesso e indistinto possa essere imbrigliato in una sola definizione?
Il cazzeggio è una sinfonia che si esegue mentre si crea, una rapsodia ricca di coloriture sincopate; è una corrente filosofica che parte dalla diffidenza per poter immaginare, prevedere, intuire tutto e il contrario di tutto; è una condizione esistenziale, una proiezione mentale autogenerante, che porta al concetto del cazzeggio danzante.
Innanzitutto il cazzeggio non può essere ridotto ad una formula, sebbene il suo più grande maestro Joseph Bimah (di cui ahimè, è scomparsa ogni traccia su testi ed enciclopedie) ci abbia provato: “trattare con passione le forme del vuoto” è una sua definizione perfettamente calzante.
Il cazzeggio è soprattutto una disciplina, che può essere insegnata e imparata. Ci sono regolari corsi di cazzeggio, sebbene non siano così diffusi come si potrebbe sperare. Chiunque può iscriversi ai corsi, a qualunque età e senza preventivi titoli di studio, l’importante è volerlo, o anche no. Durante le lezioni non è necessario seguire, si può accarezzare un gatto, fare un pisolino. Quello che conta non sono tanto le lezioni teoriche, quanto l’applicazione pratica delle regole fondamentali, l’esercitazione che permette di ottenere un cazzeggio agile e potente, accompagnata dal sorseggiare un buon vino e da qualche vettovaglia da spilluzzicare, come sostentamento.
E naturalmente alla fine non ci saranno esami, sia ben chiaro, sebbene sia necessaria una forte dose di allenamento. Ad esempio sull’esercitare la diffidenza verso ogni tipo di consiglio, suggerimento o raccomandazione.
Il cazzeggio non è conversazione, sebbene possa ricordarla, ma soltanto ad un ascoltatore distratto. Vedete il paradosso?
Come si comporta il vero cazzeggiatore di fronte alle domande di un conversatore accanito? Deviando le risposte, eludendo le domande in modo sottile, evanescente.
Il cazzeggio può ispirarsi al pettegolezzo, ma tenendosi assolutamente alla larga da tutti i sentimenti di invidia e vigliaccheria che condurrebbero alla maldicenza. Il cazzeggio non ha alcuno scopo, nemmeno quello di renderci piacevoli alle persone, sebbene il maestro di cazzeggio dimostri in molti campi una squisita sensibilità estetica, ma la rivolge a cose ben più importanti, come ad esempio il succulento lessico italiano. Un piacere linguistico che non deve portare a nulla, altrimenti si corre il terribile rischio di cadere nella discussione, nel comizio, nella conferenza… del resto un buon cazzeggiatore si riconosce dallo stile.

Da qui la collezione ricchissima ed esilarante di sinonimi, di creazioni fantasiose, di citazioni da classici della letteratura che Tallone, grande maestro di ironia, ci regala all’interno di un manuale che si legge come zibaldone di trovate.
Nonostante la rigorosa suddivisione in capitoli, paragrafi, elenchi ed argomenti, Il maestro dell’arte del cazzeggio svaria in continuazione, arricchendosi di digressioni e incisi, prendendo sottobraccio il lettore e accompagnandolo zigzagando a prendersi un buon bicchiere. Un libro che si può sorseggiare lentamente, come un barolo o trangugiare a sorsate come uno chardonnay fresco; in solitudine, ma ancor meglio in compagnia di altri aspiranti cazzeggiatori.
Concludo qui, ringraziando mio padre che, grazie la suo ampio spettro di letture, mi ha consigliato da adolescente romanzi favolosi, che mi hanno portato ad intraprendere in maniera inconsapevole il cammino verso il cazzeggio, primo fra tutti il meraviglioso Pian della Tortilla di Steinbeck.
Adesso, però, scusatemi, ma devo andare ad esercitarmi. 

mercoledì 25 marzo 2015

Arnaldur Indriðason, Le notti di Reykjavik, Guanda

Pubblicato in Islanda nel 2012 e in Italia alla fine del 2014, Le notti di Reykjavik ci mostra un Erlendur Sveinsson ancora giovane, facendo un salto all’indietro nel tempo, quando il poliziotto era un semplice agente di pattuglia, con l’incarico di partecipare a ronde notturne di controllo.
Siamo negli anni Sessanta e Reykjavik è una città ancora molto ancorata alle tradizioni islandesi, eppure forti contraddizioni sembrano percorrerla. Nonostante una profonda e radicata civiltà (una coscienza sociale che noi italiani dovremmo invidiare con tutte le nostre forze), il degrado è forte e ben visibile. L’alcol è una piaga diffusa in ogni ceto ed attraversa quartieri e generi senza distinzione. Le violenze familiari sono frequenti quanto gli incidenti stradali causati da ebbrezza.
A sottolineare la cupezza e l’imbarbarimento della società è l’ambientazione prevalentemente notturna del romanzo; una notte estiva, dunque brevissima, che vede un’alba rapida sopraggiungere ben prima del suono delle sveglie. Ma in quelle scarse ore di buio emerge il lato più sinistro della popolazione, il più desolato. È la solitudine, forse, l’unico elemento comune tra i molti personaggi, a partire dal protagonista, fino alla vittima; solitudine non dettata dalle condizioni di vita, piuttosto uno stato d’animo permanente.
La vittima è un senzatetto, trovato morto in una torbiera allagata, un semplice stagno in cui nessuna persona lucida e sana di mente avrebbe potuto annegare.
È accaduto un anno prima, ma Erlendur non riesce a dimenticarsi di lui, di quel barbone scorbutico che, in qualche modo, lo aveva colpito. Perché? Per quale motivo continuano a tornargli in mente i loro incontri, sempre dovuti a ubriachezza o a situazioni al limite della legalità? Certamente uno dei motivi è il passato di Erlendur, che qui è ancora più vicino: il fratello scomparso da bambino, durante una passeggiata in un bosco e mai più ritrovato. Questa scomparsa lo perseguita ogni giorno, obbligandolo a seguire ogni caso di sparizione, portandolo a vivere alla continua ricerca di qualcuno o di un perché.
Questo è il motore che spinge il poliziotto ad indagare, senza l'autorizzazione dei superiori, non avendo i gradi e neanche gli indizi per seguire l’iter regolare. Erlendur comincia a ripercorrere le misere tracce lasciate da quell’uomo: un rifugio in un tubo del teleriscaldamento, una stanza lurida mezza bruciata, una sorella e un fratello che hanno preso le distanze da lui. Il passato di Hannibal emerge pian piano, mostrando una verità fatta di dolore e solitudine ancor più profonda, fino alla rappresentazione della scena completa e alla soluzione.
Narrato in terza persona, il romanzo segue Erlendur passo per passo, nei centri di accoglienza e nei sobborghi più poveri della città. L’autore scrive con una prosa scarna e fredda, che non mostra le emozioni o i sentimenti, ma li lascia dedurre al lettore tramite le azioni e le parole dei personaggi. Le frasi sono dirette ed essenziali, come il protagonista, che non mostra la sua anima nelle pochissime riflessioni, sempre legate al caso.
Scopriamo così la giovinezza del cinquantenne divorziato, con due figli problematici, che avevamo conosciuto negli altri libri di Indriðason e comprendiamo anche qualcosa di più della sua personalità complessa. Del suo passato sapevamo già ciò che era necessario, la sua vicenda personale devastante, narrata senza enfasi dallo scrittore, lo mostrava al lettore come un’anima in cerca di sollievo.
Il personaggio di Elinborg, la collega solare, madre di famiglia, qui non è ancora presente, ma molte sono le figure femminili ad accompagnarlo nell’indagine. La sorella della vittima, la sua amica di sventura Oddny, e la fidanzata di Erlendur, titubante nel chiedere amore ad un uomo chiuso in se stesso.
Eppure il personaggio che emerge dalle pagine di questo bel giallo è profondamente umano; la sua correttezza e la sua grande empatia si nascondono nei silenzi, cui egli ricorre per difesa e per una mai confessata paura di soffrire ancora.

martedì 10 marzo 2015

Francesco Muzzopappa, Affari di famiglia, Fazi

Come scelgo i libri che leggo? Non mi riferisco a quelli che valuto, revisiono, recensisco o presento, che di solito non scelgo; parlo dei libri che leggo per svago, nel cosiddetto tempo libero.
Intendiamoci, il criterio di suddivisione tra libri scelti da me e libri letti per lavoro non è sempre ben definito: talvolta un autore mi propone un testo che è un vero piacere leggere, altre volte mi trovo con delle ciofeche comprate di mia scelta, con le mie manine, pagando con euro crocchianti e tanto entusiasmo.
Non divaghiamo. Come scelgo i libri?
Innanzitutto leggendo una quantità mostruosa di recensioni. Ho i miei critici preferiti, naturalmente, quelli che scrivono sui settimanali e mensili che compro regolarmente.
Eppure, insoddisfatta come una diva capricciosa, ne cerco sempre nuovi, che riescano ad entrare in sintonia con i miei gusti, peraltro molto ampi. Leggo la recensione, minuscola o di un’intera pagina di quotidiano, e la ritaglio, ammonticchiandone pilette sulla scrivania. Poi vado in libreria e, di solito, dimentico a casa la piletta di fogli. Fortunatamente ho buona memoria, per queste cose, e anche ottimi amici librai.

Così è accaduto per Affari di famiglia, la cui recensione mi aveva colpito per una frase che suonava più o meno così: è come leggere Wodehouse, ma ambientato a Torino.
Mio!
Poi le vicissitudini, il poco tempo, i libri già in attesa, i regali di Natale (già, anche questi fanno categoria a parte, né scelti da me né lavoro, mi sa che dovrò disegnare un diagramma di Eulero-Venn), lo hanno fatto aspettare, finché mio marito, grande scroccone di scelte, spesso da lui criticate, lo ha arraffato per primo. Ed ecco che la mia lettura serale è diventata faticosissima, con suoi improvvisi scoppi di risa, sobbalzi e “Ti leggo solo questa…” che interrompevano continuamente la mia concentrazione e le parole di Nick Hornby.
Ma veniamo alla recensione.  

La contessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, nobile di gran classe e mondanità, versa in pessime acque; ciò che più teme, però, non è il tracollo finanziario, ormai inevitabile, bensì quel che potrebbe fare il suo terribile rampollo. Poco dotato di intelletto e cultura (leggi: tonto), Emanuele è invece bello e affascinante, così da trovare quasi inevitabile il destino di ingenuo dongiovanni. Ad approfittarne è una lunga schiera di modelle da rivista di gossip, belle e spendaccione. Ultima della serie, la fasulla Ludmilla Coprova è forse la più astuta, essendo riuscita a fidanzarsi con lui, ricevendo in pegno il koh-i-noor di famiglia.
Maria Vittoria, nonostante la sua rinomata capacità di adeguarsi ad ogni situazione, non sa che pesci pigliare e si ritrova in banca, a chieder consiglio alla fidatissima contabile, proprio nel momento in cui la banca viene rapinata.

E qui mi fermo perché dovete, ripeto, dovete leggerlo tutto, dalla prima all'ultima pagina, ovvero ai ringraziamenti che, da soli, valgono già tutto il prezzo del libro.

mercoledì 25 febbraio 2015

Suzanne Collins, Hunger games. Il canto della rivolta, Mondadori

Mi sono chiesta in più di una occasione se fosse o meno il caso di recensire un best seller come Hunger games; il successo planetario della trilogia non rendeva necessarie altre parole, soprattutto le mie. Per questo motivo non ho scritto nulla né sul primo romanzo, né sulla Ragazza di fuoco, il secondo volume della serie, pur avendoli letti con grande soddisfazione.
Ora, al termine della lettura del Canto della rivolta, sono giunta alla conclusione che, se la mia recensione riuscirà a convincere anche solo un lettore in più, allora va fatta.
Katniss Everdeen, la protagonista del romanzo, vive in un mondo devastato dalle guerre, che hanno portato al potere un unico Distretto, che governa sugli altri con due mezzi niente affatto originali: la fame e il terrore. Gli altri dodici Distretti sono soggiogati dal primo, che sfrutta i loro abitanti e li tiene in schiavitù con soldati denominati non senza ironia Pacificatori. La capitale, Capitol City, è invece assurdamente ricca e gli abitanti sperperano il troppo denaro in cure maniacali dell’apparenza estetica, così sfrontata da rasentare il grottesco e in banchetti all’insegna dello spreco.
Nei primi due volumi della trilogia, Katniss doveva combattere negli Hunger games, giochi ispirati ai combattimenti tra gladiatori nei circhi romani, organizzati per ridurre il popolo alla innocuità. Le regole sono semplici e agghiaccianti: due ragazzi tra i dodici e i diciotto anni vengono estratti a sorte in ogni distretto, gettati in un’arena estremamente tecnologica e obbligati a combattere a morte, fino alla sopravvivenza di uno solo di loro, il vincitore. I giochi degli affamati (hunger, appunto) servono a dissuadere chiunque abbia anche solo la tentazione di alzare la testa; ma, se questo non  fosse sufficiente, c’è sempre l’esempio del tredicesimo distretto, che aveva tentato di ribellarsi, a cui è toccato il destino della distruzione totale.
Già nel primo episodio la ragazza dà segni di ribellione, obbligando il presidente Snow, dittatore crudele ed astutissimo, a tenerla sotto stretto controllo. Ma è nel secondo volume che Katniss mostra i veri segni di quella che potrebbe essere una catastrofe per la dittatura, incrinando le sicurezze di una classe agiatissima e sfruttatrice, fatta di pochi diabolici strateghi e di una moltitudine di frivoli modaioli.  
Così nel Canto della rivolta la coraggiosa e scorbutica guerriera dovrà affrontare il vero nemico. Devastata dalle orribili esperienze passate, che le provocano continui incubi, Katniss impersona a fatica il ruolo di guida come Ghiandaia Imitatrice (un uccellino il cui canto è divenuto simbolo dei ribelli), ma anche quello di “ragazza immagine”, gettata davanti alle telecamere per propaganda politica.
Il suo mondo è distrutto e il suo desiderio di vendetta sembra pilotato, da chi la vuole portare in trionfo come dai suoi avversari, che sembrano conoscere ogni sua mossa. Peeta, il compagno di lotta, è nelle mani dei nemici, che potrebbero usarlo per ricattarla o distruggerla, Gale, il suo più caro amico, cerca di capire cosa provi veramente, di penetrarne la scorza e aiutarla a ritrovare la serenità.
Ma la guerra è iniziata e non c’è più tempo per i problemi di cuore. I ribelli combattono contro un esercito potentissimo, comandato da un presidente subdolo e disposto a tutto. Katniss viene più volte ferita gravemente, ma nei suoi lunghi percorsi verso la guarigione scopriamo, grazie alle riflessioni che la protagonista compie in prima persona, tutti i suoi dubbi.
La morte di tante persone è un prezzo adeguato per la libertà? È giusto proteggere chi si ama più di tante altre persone? E la domanda che dalla Fattoria degli animali di George Orwell in poi percorre gli ambienti della politica: quando si è in cima alla scala del potere, è ancora così semplice capire cosa è bene e cosa è male?

Suzanne Collins rende un tema attuale e estremamente profondo un piacere per i lettori, contagiando tanti giovani e portandoli, per mezzo della fantascienza e della fantapolitica, alla riflessione.
La Ghiandaia Imitatrice non è più un semplice personaggio, è un emblema, un esempio da imitare. Ne sono la prova concreta i ragazzi tailandesi, che hanno assunto il saluto a tre dita di Katniss e di ribelli come gesto di riconoscimento e protesta.
"Stiamo monitorando coloro che utilizzano questo saluto ma al momento ancora non è stato bandito" ha detto il portavoce della giunta militare Winthai Suvaree alla Reuters "in caso però di raggruppamento di cinque persone o più potremo compiere degli arresti".
E' successo in Thailandia. A finire in manette, cinque studenti, fermati dalla polizia per una contestazione ispirata proprio ai film con protagonista Jennifer Lawrence, messa in atto durante un discorso del primo ministro Prayuth Chan-Ocha, che guida la giunta militare dopo il golpe dello scorso maggio. I giovani sono riusciti a radunarsi sotto il palco dove parlava Prayuth, esibendo il saluto a tre dita che nel film simboleggia - appunto - la resistenza alla dittatura.
Il fatto che i molti personaggi che affiancano la nostra protagonista abitino un mondo fantascientifico non rende tutto questo meno vivificante: la speranza che i giovani sappiano reagire e manifestare il loro dissenso è finalmente una speranza per tutti.
E forse anche nella nostra indifferente Italia i giovani cominceranno ad alzare le braccia in una selva di mani con tre dita bene in vista.




lunedì 16 febbraio 2015

Elisa Bevilacqua, Praticamente mezzo paese, Il Graffio

Buonaria è una ridente cittadina dalla collocazione geografica non precisata, situata in fondo ad una valle e per questo di “mezza montagna”, definizione che sottintende già un bel po’ di contraddizioni.
C’è l’atmosfera ruspante di paese, in cui tutti conoscono tutti, ma ci sono anche gli intrighi politici, le alleanze, i colpi bassi che si leggono sui quotidiani nazionali: Buonaria non ha niente da invidiare alla politica italiana. Qui, però, invece dei telefoni controllati, ci sono i pettegolezzi, come in ogni paese che si rispetti, che si diffondono a gran velocità, grazie anche al numero incredibile di bar, ognuno adatto ad un particolare tipo di avventore.
Ci sono i bar chic, con il bicchierino di acqua frizzante accanto alla tazzina dell’espresso e i camerieri in divisa, e quelli da “un bicchiere di rosso” non meglio identificato, servito da una prosperosa barista, magari un po’ datata.
Insomma, un paesone che gioca a fare la città.
Ultimamente l’atmosfera si è fatta molto più calda: le elezioni per il sindaco del paese, anzi, scusate, della città, sono alle porte e la tensione cresce giorno dopo giorno. Il vicesindaco uscente ha deciso di candidarsi a primo cittadino, non fosse altro per poter rivelare dei retroscena che potrebbero definitivamente destabilizzare la giunta uscente.
Tra i candidati si ingaggiano battaglie a suon di comizi anti-corruzione, associazioni pro-turismo locale, interviste e apparizioni continue. Il gioco si fa duro, sleale e i combattimenti sono all’ultimo sangue.
E non sembra un semplice modo di dire, dato che un morto alla fine c’è scappato: proprio il vicesindaco uscente, Filippo Cordero Gallo, che si porta così i suoi segreti nella tomba.
Non era un personaggio comodo, pur essendo simpatico; o forse era troppo simpatico, specialmente alle donne, le quali si accaparravano la sua attenzione senza troppe difficoltà, avvalendogli così la fama di donnaiolo.
Eppure la sua situazione familiare era stabile, sebbene non idilliaca agli occhi dei perbenisti. Viveva felicemente con i suoi due figli e con una donna straniera molto giovane che, almeno così si dice, aveva salvato dal marciapiede.
E allora perché è sdraiato in terra, cadavere, con il suo vestito elegante e il profumo intenso che tutti riconoscevano?
Il Capitano Coralli se lo ritrova davanti di mattino presto, dopo essere stato scaraventato giù dal letto nel suo giorno libero dal suo vice. Ancor prima di prendersi un caffè, Coralli capisce di essersi infilato, non certo volontariamente, in un bel ginepraio. Dovrà affrontare ore ed ore di interrogatori, nonché una visita in ognuno dei moltissimi bar dove il Cordero Gallo è stato prima di morire: quindici. Per fortuna tutto questo gli darà occasione di incontrare spesso la bella giornalista Antonella Giovannini e magari di farsi dare qualche notizia preziosa, senza farsi scappare niente, beninteso.

domenica 8 febbraio 2015

Nick Hornby, Funny girl, Guanda

Siamo nei favolosi anni Sessanta e l’Inghilterra sta per vivere la rivoluzione culturale più calda e ottimista del secolo. La gente si ripete che il mondo sta cambiando e, sebbene sia una delle fasi fatte più ritrite e prive di significato, è davvero così. I giovani annusano nell’aria qualcosa di diverso e osano pensare e progettare con un coraggio mai provato in precedenza.
Barbara è uno di questi giovani, curiosa di esplorare nuovi orizzonti fuori dal paese di Blackpool, fuori dal suo provincialismo e soprattutto lontano da suo padre, soffocante e tetro (“un ciccione di quarantasette anni, vecchio prima di averne diritto”), che però è tutta la sua famiglia, da quando la madre è scappata di casa.  
La grande aspirazione di Barbara è far ridere la gente: vuole diventare un’attrice comica come Lucille Ball. Per questo lascia la corona di Miss Blackpool alla seconda classificata e corre a Londra.
Mini-appartamento in subaffitto, posto da commessa nei grandi magazzini e provini a raffica sembrano la strada giusta per iniziare una carriera (a parte una deviazione verso una relazione con un ricco uomo sposato, morta prima ancora di nascere).
Poi capita uno di quegli eventi che possono far credere ai miracoli o alla semplice ironia della sorte: un provino di fronte agli stessi sceneggiatori, che cominciano ad intravvedere, sopra un seno prosperoso e sotto una soffice chioma bionda, un bel cervello da attrice.
È l’inizio della fortunata sitcom Barbara (e Jim), dove Barbara, che tutti credono si chiami Sophie, frizzante ragazzotta di provincia, cerca di portare avanti il matrimonio col banale e molto intellettuale Jim, ficcandosi in cento situazioni esilaranti.
Lungo i venticinque capitoli del romanzo, Nick Hornby ci fa incontrare attori colmi di sé, produttori e agenti alle prese con matrimoni complessi, giornaliste in carriera, femmes fatales, anziani nostalgici e incompresi, per creare una trama in cui personaggi reali e invenzioni di fantasia si uniscono senza attriti. Protagonisti di questa vicenda sono cinque personaggi che vivono gomito a gomito per tutta la durata del libro, creando una serie di scene che a loro volta sembrano episodi di una situation comedy.

In questi anni di scoramento e paura del domani, il grande romanziere ci ridona entusiasmo per le piccole vittorie, mostrandoci un mondo che non esiste più: quello della televisione di famiglia, in cui tutti si riunivano per vedere la stessa trasmissione e la vivevano come una seconda realtà. Un mondo dove già si affacciavano grandi domande sulla importanza della televisione come mezzo per diffondere la cultura, e se fosse possibile far coincidere cultura e intrattenimento, senza svilire il palinsesto dei programmi.
Con Funny girl Hornby affronta, con la consueta ironia e con apparente leggerezza, temi che meritano certamente una riflessione: l’audience come schiavitù per i produttori, la differenza tra cultura alta del romanzo sociale e la cultura bassa della commedia, e infine il tema fondamentale della rivoluzione sessuale.
Nel corso della lettura, tra dialoghi trascinanti e battute di sano umorismo, affiora la domanda: possibile che ancora nel 1966 fosse un reato l’omosessualità in Inghilterra? Possibile che un’attrice splendida e brava dovesse chiedersi se fosse giusto considerarsi “un premio da offrire malvolentieri”?
La risposta potrà causare soltanto una seconda domanda, ben più terribile: possibile che, almeno in Italia, dopo cinquant’anni siamo ancora fermi lì? 

mercoledì 28 gennaio 2015

Antonio Manzini, Non è stagione, Sellerio

Sembra che la neve non riesca a stare lontana da Rocco Schiavone; da quando è arrivato ad Aosta nove mesi prima, o meglio, da quando è stato spinto fin lassù come punizione per aver interpretato la legge in modo un po’ troppo creativo, ancora non è iniziata la bella stagione.
Eppure siamo a maggio e i fiori sono finalmente sbucati nei prati, coccolati da tiepidi raggi di sole. Peccato, però, che stia di nuovo piovendo.

E infatti la “pioggia assassina”, come titolerebbe un quotidiano di facile approccio, ha già provocato due morti: due sciagurati, su un furgone non proprio appena uscito di fabbrica, si sono schiantati contro un albero. Un incidente liscio liscio: gomma esplosa e fine della corsa.
Perché dunque scomodare il vicequestore di Aosta? Una semplice targa rubata non dovrebbe essere un caso difficile, perlomeno non un caso da rottura di coglioni di alto livello, eppure, se i due cadaveri hanno deciso di rischiare il carcere, ci sarà un valido e fastidioso motivo.
Rocco, con il suo solito umore nero, peggiorato da una relazione decisamente complicata, inizia le indagini e si trova invischiato in un caso destinato a togliergli la serenità. Perché nel frattempo una ragazza è sparita, non la si è più vista dalla sera in cui è uscita con il suo ragazzo e una coppia di amici. 
Mentre sulla cittadina cade una straordinaria neve fuori stagione, Rocco cerca di individuare una pista tra autopsie, interrogatori e strambe testimonianze, annusando nell'aria odore di malavita organizzata. Distruggendo altre paia di Clarks, segue uno strambo percorso tra ville di ricchi industriali, appartamenti lussuosi e tuguri stracolmi di ciarpame; visita pizzerie “veraci”, negozi di abiti per bambini e scuole, seguendo un itinerario improbabile che sembra fatto apposta per fargli perdere la pazienza.

Con lo stile che ci ha fatto conoscere e apprezzare in Pista nera e nella Costola di Adamo,  fatto di dialoghi brillanti, riflessioni profonde e liriche, narrazioni coinvolgenti, Manzini ci permette di conoscere un po' di più la complessa personalità di Schiavone, poliziotto dal passato devastante. La trama del romanzo è così ben orchestrata da non mostrarsi al lettore, troppo intento a correre verso il finale, se non ad una seconda riflessione. Il filo narrativo si dipana giocando con le sottotrame fin dal triplice, coinvolgente inizio.
Un romanzo assolutamente da non perdere.

venerdì 12 dicembre 2014

Bruno Gambarotta, Ombra di giraffa, Garzanti

Dopo il funerale del loro vecchio collega Felice Chiapasso, i suoi cinque amici si trovano al bar Elena di Piazza Vittorio per qualche rievocazione e un po’ di sospiri. Tra un battibecco e un amarcord, si insinua l’amarezza: nessuno dei capi RAI è intervenuto alla funzione.
Non si può lasciar passare questo gesto, bisogna far qualcosa perché non ci si dimentichi di Ombra di giraffa e della sua bravura come tecnico.
Guarda caso proprio l’indomani ci sarà un convegno sulle nuove frontiere della fiction, con tutti i capi schierati: un’ottima occasione per ricordare a tutti i presenti che ogni impiegato ha fatto grande la RAI, anche i tecnici. Niente di scandaloso o di illegale, basteranno dei telegrammi commemorativi. Basteranno se inviati da qualcuno di importante e non certo da semplici impiegati, anche se “seniores”, magari firmati da registi RAI. Già, e se poi i registi si lamentano? Se scattasse qualche denuncia? Nessuna denuncia, se i registi sono già belli defunti.
Il trucco funziona: durante il convegno i telegrammi vengono letti a voce alta da una impiegata tanto solerte quanto ignorante da non accorgersi che i registi non lavorano più (e non respirano più) da tempo. Ombra di giraffa ha il tributo che si meritava.
Meno facile è ingannare la giornalista Alessandra Comazzi, che invece ha immediatamente scoperto il trucco e si chiede, sulle pagine della Stampa, se non si tratti di uno stratagemma per pubblicizzare l’uscita di una fiction sul mondo della RAI. Il dottor Dell’Angelo, neodirettore di RAI fiction, decide di cavalcare l’onda e di annunciare l’uscita di Ombra di giraffa, serie mai girata e che mai lo sarà; per cui organizza immediatamente una teleconferenza e si precipita, dal suo albergo, agli studi RAI di via Verdi., a bordo di un auto che è venuta inaspettatamente a prenderlo. Ma l’autista non lo accompagnerà alla sede della RAI Torino, bensì al museo di arte orientale.
Da qui la trama si snoda lungo una traccia ricca di divagazioni, in uno sviluppo che ho osato definire “a matriosca”, con racconti nel racconto, con sottotrame ed episodi collaterali che arricchiscono e divertono.
Gambarotta gioca con se stesso e con i suoi ricordi, intrufolandosi tra le pagine del romanzo, per fare l’occhiolino al lettore.

sabato 29 novembre 2014

Alessandro Perissinotto, Coordinate d'oriente, PIEMME

 “Al giorno d’oggi, anche chi si iscrive alle facoltà umanistiche ha progetti da ingegnere”.
A pensarla così è il narratore di Coordinate d’oriente, docente universitario disincantato che conosce le aspirazioni economiche e per niente artistiche dei suoi studenti; per questo tenta di avvicinarli alla letteratura conciliando racconto e marketing, biografia e imprenditorialità.
Così, quando dice ai suoi studenti: «Armatevi di registratore e andate ad intervistare qualcuno che abbia un’esperienza lavorativa interessante», sa che non deve aspettarsi nulla di straordinario: una ricerca sociale, niente più. Eppure nel profondo spera che essi diventino “portatori di storie”.
Alla fine del corso i ragazzi sfilano a depositare le loro interviste sotto i suoi occhi distratti, in quella che gli appare come un’unica massa omogenea. Invece, quando l’aula si è ormai svuotata, sulla cattedra, tra i magri elaborati, è apparso uno spesso plico di fogli, in cui si racconta la strana e coinvolgente esperienza di Pietro Fogliatti, imprenditore illuminato.
Qui comincia la caccia al tesoro che il narratore, alter ego di Perissinotto stesso, fa compiere al lettore. Tra salti temporali rapidi, flashback e spostamenti di scena, entriamo nella vita del protagonista, un uomo generoso, forse un sognatore, che con i suoi sogni avrebbe potuto essere felice.
Ma forse la GS non è solo un sogno, è un progetto: un auto elettrica, che raggiunge i 120 chilometri orari e che possiede un’autonomia mai sperimentata in precedenza. Dopo un tentativo fallito di proporla ad un’industria torinese, il progetto piace a due giovani rampanti californiani e viene creata la Nazca China.
Pietro va a Shangai, senza rimpianti per quel che lascia, forse senza nemmeno troppe aspettative, non fosse per la GS. La metropoli delle contraddizioni, con le sue tradizioni radicate e le futuristiche innovazioni tecnologiche, lo accoglie nel suo abbraccio di smog e indifferenza, riservandosi però di sorprenderlo.

Perissinotto si incarica di raccontarci la storia di Pietro Fogliatti assumendo il ruolo di narratore in prima persona, ma coinvolgendoci nell’alternanza dei punti di vista. La singolare vicenda del protagonista, raccolta come testimonianza dalla studentessa misteriosa, ci è esposta dall’autore stesso, ma le tre voci si fondono in un amalgama avvolgente e ricco.
Il nostro compito di lettore è raccogliere gli indizi sparsi sul protagonista e sui tanti personaggi che lo affiancano, ricostruendo una trama complessa, sbriciolata in episodi talvolta brevissimi, che pian piano ci accompagnano nel fulcro della narrazione: i sottili e qualche volta invisibili fenomeni sociali che lentamente ma con tenacia rischiano di cambiare il mondo.

mercoledì 19 novembre 2014

Enrico Camanni, Il fuoco e il gelo, Laterza

Il tema della montagna resta per Enrico Camanni il fulcro di tutta la sua produzione letteraria e giornalistica, se non addirittura della sua vita. Questo rende esclusiva e necessaria la sua testimonianza nell’anno in cui ricorre il nefando centenario della nostra entrata nella Guerra Mondiale, l’unica, quando ancora non era necessario numerarle.
Nel panorama letterario attuale (e mi riferisco a tutta la produzione saggistica, storica e narrativa italiana), i titoli che fanno della Grande Guerra il tema centrale sono numerosi e sono certa che siano destinati a salire nei prossimi mesi. L’attenzione di giornalisti, professori e scrittori è puntata verso il 24 maggio e quella traversata del Piave allora tanto celebrata come gloriosa quanto invece portatrice di morte e devastazione.
“Una mattanza imprevista, evitabile e ingigantita dalle condizioni ambientali, cioè dalla montagna stessa” scrive Enrico nella prefazione al volume, trasformando così le cime e i ghiacciai da semplice sfondo a fattore determinante ed elemento attivo nel conflitto.
Quello che Il fuoco e il gelo rappresenta in questo sfaccettato panorama editoriale è una voce diversa, che analizza i terribili anni ’15 – ’18 osservandoli dalle vette aguzze, dalle cenge esposte, dalle nevi che non si fondono mai, neppure nelle brevissime estati che i soldati attendevano a più di tremila metri di altitudine.
Il soldato non è più un semplice combattente, deve essere ancor prima un alpinista, che scala in condizioni estreme e mostra la sua abilità al nemico.
“Quando il rocciatore nemico saliva con corde e chiodi una difficile parete di calcare, per prima cosa lo guardavano arrampicare, poi lo ammiravano, infine gli sparavano addosso”.
I soldati che giungono da tutta Italia fino al fronte sulla cresta delle dolomiti non sono solamente Alpini, ma devono diventarlo. I militari imparano a scalare, vengono mandati a seguire corsi di sci in Piemonte; gli Ufficiali di ogni arma devono incoraggiare i loro sottoposti a compiere fatiche estreme e a resistere per mesi in capanne di legno, in trincee nel ghiaccio a venti gradi sottozero. I pericoli sono i mortai nemici, le pallottole delle mitragliatrici, che si accompagnano alle valanghe e ai fulmini, alle frane di roccia e ai congelamenti. Per cosa? Per “conquistare” una vetta che fino a pochi mesi prima si poteva “conquistare” salendoci in cordata, magari con un compagno austriaco a far sicura.
Enrico ha cercato nei diari e nelle lettere dal fronte le tracce lasciate dai soldati; non le loro imprese belliche, ma la loro quotidianità assurda e incredibile, per poter ricostruire la loro storia, che è anche la nostra Storia. Leggendo le loro parole deve aver provato le stesse emozioni e paure: la meraviglia dello spettacolo della montagna e l’angoscia di doverci restare per combattere, per difendere una cima che sarà un puntino sulla linea del nuovo confine.
Camanni ha trasformato, grazie alla sua prosa scattante e curata nei particolari, ogni testimone in personaggio, così da farci leggere la Guerra come una narrazione, formata da un susseguirsi di scene chiave. La sua voce si intreccia e si amalgama a quella dei combattenti, lasciando talvolta il passo alla retorica, il solo sostegno che le truppe ricevevano dai loro generali. Sono pronti a sacrificarsi per la Patria, per Dio, per un nuovo futuro; ma nelle loro parole, sempre mitigate per non ferire i cari a casa, si leggono lo sconforto, l’amarezza e la paura.

Sono stata diversi anni fa a visitare le trincee del Monte Piana, ho camminato dentro quei corridoi profondi, da cui nulla si vede se non le pareti di pietre sgretolate dal tempo. Serve un artificio mentale per capire l’orrore di chi ha combattuto lassù. Dopo la salita, ecco di colpo aprirsi un panorama lunare, mozzafiato: un altopiano maestoso che, visto dal punto più basso, sembra un pascolo d’altura, ma invece è un traforo di camminamenti, dove i soldati vivevano e partivano all’assalto. Lassù ci si sente totalmente esposti.
“La lotta per gli altipiani è particolarmente cruenta perché unisce i rigori della guerra di montagna allo strazio della guerra di trincea”, scrive l’autore dedicando agli altipiani un intero capitolo.
Sulle Tofane, invece, vince la vertigine. Ho percorso la galleria di mina del Castelletto, osservando il panorama spettacolare dalle feritoie, cercando di immaginare non le vie di arrampicata e le ferrate, ma cannoni puntati. Lì i soldati potevano fingere di sentirsi al sicuro, tentando di non pensare al nemico appena sopra di loro e all’esplosivo che stavano piazzando.
Un mondo che rischia di sembrare epico, grazie alla propaganda degli anni successivi, che ha trasformato i giovani caduti in eroi, ma che deve invece insegnare ai giovani di adesso l’inutilità e la crudeltà delle guerre.
Salendo lungo i sentieri dolomitici, sotto le affascinanti pareti a strapiombo si incontrano lapidi, si incrociano gallerie dove affiorano, a causa del riscaldamento globale, reperti bellici che sembrano giocattoli arrugginiti ed erano armi o protezioni inefficaci contro le pallottole. “Nessuno può attraversare questi reliquiari con un cuore neutrale”scrive Enrico, “perché la guerra riguarda tutti, e tutti hanno un nonno che non è tornato, o è stato ferito, o è tornato segnato e vuoto”.
Con Il fuoco e il gelo Enrico Camanni ripercorre, con i soldati italiani e austriaci, quegli anni terribili, senza pretendere di poter rispondere alla domanda “perché?”, facendoci sperare invece che non la si debba mai più porre. 

mercoledì 15 ottobre 2014

AA.VV., Venti di montagna, un'antologia di racconti ripidi, Echos edizioni


I dieci autori all'Ecomuseo di Coazze
Luciana Accomasso
Lina Cerrato
Elena Di Bella
Rocco Di Narbonne
Sara Goria
Anne-Mette Lund
Daniela Negro
Alesandro Piva
Sonia Rolando
Gabriella Tessa

a cura di Maria Teresa Carpegna 


In copertina grafite di
Vinicio Perugia
Non è semplice recensire un libro di racconti come Venti di montagna: le trame sono molte e diverse tra loro, gli autori, dieci in tutto, usano stili differenti e danno alla loro prosa un carattere particolare, che li distingue nettamente l’uno dall’altro. Certo, come si intuisce perfettamente dal titolo, il filo conduttore è appunto la montagna; non è facile, però, ricondurre ad un unico schema tutte le emozioni, i sentimenti, ma anche le avventure che la montagna può ispirare e che, da una semplice esperienza, possono venire trasformati in narrazione.
Ancor di più è difficile per me recensire un’antologia che ho praticamente visto nascere, nei corsi-laboratorio che ho condotto in diverse occasioni, sia nel rifugio Palazzina Sertorio, in Val Sangone, sia tra le mura della mia mansarda. 
Tutto ebbe inizio quasi un anno fa, il 30 novembre 2013, con un weekend trascorso nel rifugio, sotto un’abbondante e ovattante nevicata. Letture di grandi autori come ispirazione e guida, perché non ci si dimentichi mai che per poter scrivere bene bisogna leggere, e leggere di tutto. Poi, penna e blocco di carta alla mano, alla luce di tenui candele, sono nati i primi racconti, che ora vedono la ribalta della pubblicazione.
I generi letterari delle singole opere brevi sono ben diversi tra loro;  leggendo il libro, ci si trova di fronte a storie in cui l’impronta può essere sentimentale, oppure più riflessiva, ma anche dinamica. In molti di essi troviamo una narrazione più rapida, tipica di chi nella montagna vede lo scenario di imprese sportive, in altri lo stile, più cesellato, più descrittivo è quello delle opere psicologiche.
Dunque, come descrivere brevemente l’intera antologia?
In realtà c’è un filo conduttore che lega tutte le opere contenute, ed è rappresentato da una sensazione, creata dal silenzio, dalla solitudine, dalla bellezza talvolta incontaminata dei panorami e dei boschi. Ecco, questo è ciò che la montagna comunica inevitabilmente in chi cerca di percorrere i sentieri che si inerpicano su per le valli, sentieri sempre più stretti, sempre più ripidi.
La montagna come storia di genti e tradizioni, come superamento dei propri limiti, in una gara con se stessi; come visione della propria vita, in un parallelo con gli ostacoli che ogni giorno dobbiamo imparare a superare. La montagna si trasfigura, racconto dopo racconto, divenendo panorama meraviglioso, guscio protettivo e rifugio, natura perfetta a rischio di contaminazione umana, che talvolta sembra ribellarsi e reagire con violenza. I ghiacci, i boschi, la neve sono abitati da essere incantati e da animali magnifici, percorsi da spiriti non sempre benevoli.
Ecco gli stimoli che hanno dato l’avvio agli autori, che li hanno guidati nel dar vita a personaggi e a farli muovere lungo trame suggerite da quel che nessuno può insegnare: la fantasia.

Quarta di copertina
Tutto è cominciato con un weekend organizzato grazie alla collaborazione di Christian Ostorero, gestore della Palazzina Sertorio.
Abbiamo cercato, grazie a letture mirate, l’atmosfera che aiutasse a raccontare, che invogliasse ad entrare in quel mondo a parte che è la narrativa di montagna. È nata una collaborazione piacevole, fatta di risate, di silenzi e di letture, ma ammetto che salire sotto una forte nevicata e trovare nel rifugio quel favoloso calore rustico sia stato di grande aiuto. Alcuni racconti sono nati proprio in quella occasione, letti a voce alta dai loro stessi autori la sera, accanto al fuoco.
«Si scrive nella pace, nella tranquillità» spiega Rocco di Narbonne, «si vedono cose che altrimenti passerebbero inosservate, nella superficialità frettolosa di chi è preoccupato per altro». Il docente universitario, che scrive sotto pseudonimo, confessa di vedere la montagna come “il grembo capiente di madre natura”.
«Dovrebbe essere una fonte di vita, prima di tutto; se lo capiremo avremo qualche speranza di essere felici» precisa Elena Di Bella, torinese come Luciana Accomasso, che dei monti ama soprattutto i sentieri da percorrere. «Le idee migliori mi vengono mentre cammino; mi aiuta a srotolare i pensieri e a guardare avanti».
«L’ispirazione si “aggrappa” all’ambiente esterno, ma è già dentro di noi» dice Alessandro Piva, coazzese di adozione. «Ognuno di noi può ricevere l’impulso al racconto in un qualsiasi angolo di mondo. Anche una parola detta casualmente può fornire suggestioni, immagini molto utili».
Anche Anne-Mette Lund, danese di origine, sottolinea questo aspetto: «La montagna è per me un luogo esotico, che non fa parte della mia cultura; per questo lo considero un ambiente misterioso, perfetto per inventare storie».
Un luogo magari ostile, dove gli elementi sono ancora selvaggi e non controllabili, ma certamente dove il silenzio regna sovrano. Proprio alla quiete, al silenzio Lina Cerrato, che aveva solamente dieci anni in quei giorni, ha dedicato un racconto. È lui la presenza sottile e pregnante che trasmette energia agli scrittori.
«Mi sono avvicinata alla scrittura solo negli ultimi anni, ma adesso è diventata una costante delle mie giornate. I corsi mi hanno incoraggiata a mettere ordine al mio scrivere autobiografico, ad avvicinarmi a temi non necessariamente legati alle mie esperienze» è il commento di Gabriella Tessa.
«E a trovare il coraggio di mettersi in gioco, di far leggere i propri scritti» aggiunge Daniela Negro, insegnante come Gabriella. «Per una volta dovrò mostrare le mie opere e mettermi dalla parte dei miei studenti» sorride, ma si capisce che l’emozione è forte. Pubblicare significa rendere pubblico ed è comunque una prova emotiva non semplice da superare.
«Da anni scrivo poesie per sfogare emozioni» precisa Sonia Rolando, che ha già all’attivo delle raccolte poetiche e un romanzo, Controvento, pubblicato all’inizio dell’anno. «Il mio primo romanzo è stato una sfida con me stessa: vinta, inaspettatamente!».
«L’amore per la scrittura nasce leggendo» conclude Sara Goria, che abita in Val d’Aosta e che quindi, con le cime più alte d’Italia a pochi passi, di montagna se ne intende. A lei, autrice del romanzo Seconda classe, pubblicato la scorsa primavera, lascio il commento finale:
 «Leggere è come viaggiare senza aprire la porta di casa, ed è inevitabile che spinga a raccontare qualcosa, qualcosa che non sia stato ancora scritto, che coinvolga e che emozioni».

In questo progetto ha creduto la casa editrice Echos di Giaveno, a cui va tutto il mio ringraziamento, una piccola ma dinamica realtà editoriale della Val Sangone, con il cuore sul territorio e la mente sul mondo, che sta velocemente accrescendo le proprie competenze ed espandendo i diversi settori di attività editoriale.
Mi auguro davvero che Venti di montagna possa essere l’inizio di una nuova possibilità per la narrativa.
Presentazione alla biblioteca di Giaveno


venerdì 10 ottobre 2014

Alessandro Boidi Trotti, Una strana partita, Araba Fenice


Roberto Anelli, Primario di Oncologia all’ospedale Molinette di Torino, ama incontrare i suoi amici una volta al mese per un poker e molte chiacchiere. Le passioni della sua vita, condivise con gli amici di sempre, sono la musica e il calcio.
In una di queste partite si trova stranamente “servito” con un poker di donne in mano. La strana coincidenza lo porta a ripensare, nel corso della partita, alle sue quattro donne, coloro che hanno caratterizzato nel bene e nel male la sua vita, rendendola unica e affascinante.
La prima di cui il narratore racconta è Bianca, la Donna di Quadri, splendida e altera compagna di classe al liceo classico Vittorio Alfieri di Torino, poi magistrato dalla vita sentimentale travagliata. Il fascino che subisce Roberto è giostrato da lei come un’arma a doppio taglio e la loro storia vacilla tra l’amicizia e l’attrazione, lungo tutta la loro vita.
Con lei si incontrerà in diverse occasioni, nell'arco di quarant'anni, nei locali storici della città piemontese, facendo respirare al lettore l’atmosfera degli anni salienti della storia locale.
La Donna di Picche è quella cui Roberto ha dedicato la sfida della vita: la morte e il cancro; questo fornisce lo spunto per profonde riflessioni religiose e spirituali. Nei suoi giorni all’ospedale Molinette, il dottor Anelli la incontra negli occhi di donne ammalate, vittoriose o sconfitte, combattive o arrese nel duello con lei. Una di queste donne è una delle amiche di gioventù dello stesso dottore, Chiara; con lei e con altri amici avevano percorso l’Italia degli anni Sessanta, per una vacanza indimenticabile, in pullmino e tenda canadese.
La Donna di Cuori è Barbara, la moglie che Roberto ha scelto e ancora gli sta accanto, presenza silenziosa e forte al contempo. Il suo arrivo nella vita dell’oncologo è preannunciato da due storie d’amore, vissute durante i due conflitti mondiali.
Nel 1917 il nonno di Roberto, figlio di nobili laureati, si innamora, contro tutte le convenzioni, di una “caterinetta” di Torino e va a convivere con lei, sfidando le ire dei genitori, poco prima di partire per il fronte di Caporetto. La nascita di ben due figli maschi, unici eredi della famiglia, farà capitolare i genitori e accogliere Ester.
Nel 1943, il padre di Roberto viene imprigionato su un treno diretto in Germania, ma riesce a fuggire; ferito, riuscirà a comunicare l’indirizzo della sua amata, conosciuta grazie agli scambi epistolari dell’epoca. 
Lo stesso Roberto cercherà la sua Donna di Cuori tra le donne forti sue coetanee. L’arrivo di Barbara nella sua vita, figlia di farmacisti e farmacista a sua volta, segnerà il suo fortunato destino di uomo sposato e padre felice.
Roberto, tra un “rilancio” e un “lascio”, giunge alla sua Donna di Fiori, l’adorata figlia Valentina, proprio nel giorno del suo matrimonio. Gli attimi che precedono la cerimonia, dalla partenza da casa all'arrivo alla chiesa di S. Massimo, proprio di fronte ai giardini Cavour, saranno di stimolo per una riflessione profonda sul senso della vita. Percorrendo la navata, in mezzo a tutti quei volti amici, Roberto attraverserà con la mente le fasi della vita di sua figlia: bambina che vede nel fiume Po un amico, ragazza spigliata e curiosa e, tra poco, moglie.
La partita è giunta al clou, due i giocatori rimasti, ma una strana nebbia avvolge Roberto, che deve ora giocare la partita più importante della sua vita. 


Basato su un mix di episodi realmente accaduti e invenzioni narrative dell’autore, Una strana partita è un romanzo coinvolgente, che fa riflettere e divertire.
Alessandro Boidi Trotti
«Da alcuni anni mi frullava in mente un canovaccio, sebbene ancora confuso» spiega il dottor Boidi Trotti. «L’ultima volta che avevo scritto qualche cosa era stato per l’esame di Maturità; poi ovviamente, testi scientifici e relazioni di lavoro, ma niente di ludico. Così il 7 gennaio, ad una settimana esatta dalla pensione, ho iniziato una confusa, ma reale, “Strana partita”».
Dunque una necessità di reinventarsi?
«Non avendo particolari hobbies, mi sono chiesto cosa mi piacesse e, indirettamente, potesse essere utile ad altri, qualche cosa però che fosse davvero mio. Volevo fare il punto sulla mia esistenza, essendo giunto ad un bivio importantissimo; volevo interrompere più di quarant'anni di vita professionale, per fare un po’ di chiarezza in me e anche, lo confesso, per proporre l’”Alessandro pensiero”. Tutto, però, con ironia, soffermandomi sui miei interessi culturali, cioè il calcio, o meglio la Juve, le canzoni, in particolare quelle degli anni Sessanta, le battute di spirito, la mia Torino, la sua Storia, i suoi caffè, le carte e specialmente l’amicizia. Devo confessare che da quasi subito lo scrivere mi ha dato un senso di libertà, come di un viaggio, per me che detesto i viaggi turistici, nel tempo e nello spazio, senza barriere».
Il filo conduttore, però, sono le donne; non solo le quattro protagoniste, ma anche molti personaggi secondari sono femminili. Cosa rappresenta per lei la donna?
«Bella domanda! Come vorrebbe il mio protagonista, il dottor Roberto Anelli, mi illudo di sapere parlare con le donne, ma lascio a loro l’ardua sentenza. Dovendo rispondere direi: sono il vero mistero della vita, ma guai non fosse così. Del resto nella Bibbia si narra che,  quando Dio la creò, l’Uomo fosse addormentato quindi…»
A chi consiglierebbe il suo libro?
«Spero possa interessare tutti. I miei coetanei che ritroveranno la vita torinese degli anni Sessanta – Settanta, ma  anche i giovani, che ne hanno certamente sentito parlare. Mi auguro piacciano a tutti le capatine storiche sulla Prima e la Seconda guerra mondiale, frutto dei  racconti sentiti dai miei nonni nell’infanzia. E ovviamente ai miei amici, sebbene io tema molto il loro giudizio. Alcuni di loro sono volutamente riconoscibili, anche se ho voluto cambiarne qualche caratteristica. Spero che dopo la prima lettura, dettata dalla curiosità, riprendano il libro in mano per vederlo anche sotto altre prospettive».
Un po’ di paura, dunque, e anche curiosità per le reazioni che avranno i lettori?
«E’ difficile mettersi in gioco così. Spero che lo apprezzino tutti e si ricordino che questo non è il mio mestiere,  ma che ho profuso il massimo impegno in questo esperimento, magari anche creando eccessive aspettative. Inoltre credo in una diversa lettura tra maschi e femmine. Per chi non mi conosce, spero si lasci coinvolgere, si lasci condurre da argomenti magari non scontati; ho cercato di trasmettere il concetto che si può parlare di cose serissime anche in un romanzo, ma anche che bisogna sapere ridere e divertirsi».
Ha parlato di aspettative da parte del pubblico di lettori conosciuti. C’è qualcuno in particolare che l’ha incoraggiata, che ha letto le sue prime pagine quando ancora non si parlava di un vero e proprio libro?
«Mia moglie Francesca, la Barbara del libro, ha letto la prima stesura ed è rimasta sorpresa, anche stupita. Forse non è stato facilissimo per lei, rivedersi come personaggio. Mi ha dato suggerimenti ed esortazioni utili e incoraggianti. Anche i miei figli Federico e Elena (la Donna di Fiori), dopo la sorpresa iniziale per questa attività paterna, mi hanno spinto a continuare. Non hanno letto ancora nulla del libro, ma forse temendo una mia involuzione da pensione, hanno visto una nuova vitalità. Aggiungo anche la mia editor Maria Teresa:  una comune amica ci ha presentati; le ho chiesto di leggere la prima stesura, per dirmi se dovevo buttare tutto nel cestino o se aveva un senso quello che avevo iniziato. La risposta è nelle vostre mani. E infine due amiche misteriose:  è colpa loro se siamo arrivati qui. Ancora donne, come vede».
Sappiamo che, nonostante la promozione del libro la terrà impegnata nelle prossime settimane, è già all’opera con un nuovo romanzo. Può parlarcene?
«Sono appena agli inizi, ma sarà un’opera molto diversa, di cui non accenno ancora nulla».
Allora arrivederci al prossimo libro.

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