giovedì 3 dicembre 2015

Fantasticherie natalizie

Ho appena finito di scrivere il post del 2 dicembre, secondo giorno d’Avvento, quando mi trovo a leggere un articolo di Federico Rampini del 29 agosto. È un po’ datato, lo so, ma è frutto della casualità con cui compaiono i giornali nel nostro bagno, luogo prediletto per la lettura. L’articolo parla degli sfibranti impegni a cui sono sottoposti i giovani dai quattordici anni in su, per accumulare punteggio e raggiungere così le università più prestigiose degli Stati Uniti, ragazzi di tutto il mondo, che aspirano ad un titolo di studio universalmente considerato il migliore. Per arricchire il proprio curriculum, questi giovani sacrificano le vacanze e partecipano a stage di ogni genere.
Concordo con Rampini nel dire che questa competizione mi sembra poco sana e, devo confessarlo, ero tentata di non finire l’articolo. Poi, però, l’occhio mi è caduto su queste parole: “esperienza concreta di situazioni di povertà e disagio”. I ragazzi, per accumulare punti, ovvero per un motivo prettamente egoistico, sono invitati a fare volontariato in zone disagiate, a rendersi utili, innanzitutto, ma ancor più a rendersi conto. Per un breve periodo devono osservare un mondo che non conoscono, se non per averne sentito parlare; devono osservarlo dall’interno, vivendo a strettissimo contatto con le persone che hanno bisogno del loro aiuto.
Devono indossare i panni degli altri.
E così la mia sensazione di fastidio è svanita e ho pensato che forse (è soltanto un forse, ma è già qualcosa) stimolando la competizione si fanno uscire i ragazzi benestanti dal loro guscio di comodità, perché possano aprire gli occhi su un mondo che soffre.
Così, in una delle mie fantasticherie natalizie, mi sono immaginata un Italia in cui, per avere detrazioni fiscali, agevolazioni da assicurazioni o banche, gli adulti siano invitati a prestare servizio gratuito nei centri accoglienza, nelle mense dei poveri, nelle corsie degli ospedali, nelle classi dei disabili.
So che è soltanto un sogno, ma sarebbe davvero uno spiraglio di felicità collettiva.


mercoledì 2 dicembre 2015

I panni degli altri

Tutti noi in questo periodo ci chiediamo quale odio possa essere così forte da spingere a perdere la propria vita pur di uccidere altre persone, sconosciute, inermi.
Nessun credo politico, nessuna corrente filosofica aveva mai osato spingersi così avanti. Quindi la domanda, che in un modo o nell’altro, ci si deve porre è: quali sono le motivazioni che possono portare a tanto?
Povertà, ignoranza, il sentirsi diversi, giudicati a priori sono sentimenti negativi che conducono facilmente alla fragilità, alla possibilità di essere imboniti da chi sfrutta queste debolezze a proprio vantaggio (vantaggio economico, non dimentichiamolo mai).
Ma non è questo che voglio fare adesso, non voglio tentare un esame, terribilmente complesso e temo fuori dalla mia portata; quello che voglio qui sottolineare è che la condanna fine a se stessa, il giudizio univoco che non ammette repliche non porterà ad alcuna soluzione.
Certamente sono assassini, senza dubbio, ma anche un assassino ha sempre una motivazione, fosse anche la follia. Questa motivazione va cercata, indagata, e con tutte le nostre forze combattuta, in quella che è l’unica possibile guerra, quella contro l’infelicità.

Sono stata educata nei valori della fede cristiana, con molte contaminazioni, talvolta piuttosto creative. Non ero ancora nata ai tempi in cui il Concilio Vaticano II portava una ventata di freschezza nei riti e nei dogmi cattolici, ma i miei genitori ne parlavano spesso e, seppur con le dovute confusioni di una mente infantile, ho cominciato ad intuire la portata di un simile cambiamento.
La mia famiglia, tradizionalista come tutte le famiglie borghesi dell’epoca, mi ha insegnato un concetto che mi ha aiutato immensamente allora e continua a farlo: l’apertura mentale.
Non è tolleranza (che parola infida e subdola: finge bontà ma contiene superbia, la convinzione di essere migliori), non è superficialità, che mette tutto sullo stesso piano; è la possibilità di cambiare idea, di ascoltare un parere contrario, di ammettere di aver sbagliato. Una delle più interessanti “lezioni” di catechismo familiare fu Mistero buffo di Dario Fo, e il suo ritratto spietato e ridicolo della chiesa di BonifacioVIII.
Erano gli anni in cui si era rossi o democristiani, fascisti o socialisti, e noi leggevamo Guareschi e capivamo che lo spartiacque è fasullo, che le classificazioni servono soltanto a chi vuole strumentalizzarle a proprio vantaggio. Peppone è ignorante e bolscevico, ma buono e generoso, Don Camillo si infuria e mena le mani, ma corre ad aiutare chi ha bisogno; buoni e cattivi sono soltanto etichette.
Così la regola era ed è “non giudicare prima di aver sentito tutte le campane”.
Non che mi sia facile riuscirci, sia ben chiaro, la voglia di esprimere giudizi è forte, il desiderio di sputare sentenze, regalare perle di saggezza è un istinto talvolta ribelle.
La sensazione di avere Ragione, quella assoluta, con la R maiuscola, è sempre in agguato e occorre una grande capacità per resistervi. Ma l’importante è rendersi conto, magari non subito (siamo umani, no?), magari dopo qualche bella discussione improduttiva, dai toni sempre più alti, di aver sbagliato.
Nessuno possiede la Verità, ma soltanto una misera, parziale opinione. Per questo credo che, se c’è una soluzione, può trovarsi soltanto nel provare a mettersi nei panni degli altri. 

martedì 1 dicembre 2015

Ha senso un calendario dell'Avvento?

Oggi è il primo di dicembre, il primo giorno del calendario dell’Avvento. Quando ero piccola non esistevano quei bellissimi quadri a cassettini, da aprire giorno dopo giorno fino al 24 dicembre, scoprendo cioccolatini, caramelle, giargiattole o figurine. Li ho scoperti con i miei figli, giocando con le loro facciotte sorprese al mattino, e con un conto alla rovescia pieno di attese.
Adesso i nostri figli sono grandi, ma io ho deciso di scrivere questo calendario dell’Avvento per me stessa e per tutti coloro che sentono, come me, il desiderio di scoprire qualcosa di nuovo ogni giorno.
Non è una novità, sono anni che importuno i miei amici mandando loro una mail al giorno dal 1° al 24 dicembre, raccontando qualcosa, inviando scene di film, poesie, brani di canzoni o fotografie. Perché lo faccio? Ha senso in un periodo così complesso come questo che stiamo vivendo?
Da un lato il Politically correct ci obbliga a dire sempre bene di tutti, anche di coloro che non stimiamo; ci obbliga ad addolcire le parole per non sembrare arroganti. D’altro canto le dispute politiche e televisive ci hanno assuefatto ad una violenza verbale e sonora utile soltanto per far risaltare la voce più forte e stridula, non le idee migliori.
Allora ho deciso: la risposta è sì, ha senso scrivere un calendario dell’Avvento, soprattutto in un periodo come questo, in cui il confronto è inevitabile e auspicabile.
Mettere on-line i miei brevi scritti in ogni giorno di dicembre, non significa mostrare di appartenere ad una fazione, ad una corrente, ad un gruppo politico. Significa, per me, cercare di trasmettere sensazioni, emozioni, di chiedervi uno spunto per riflettere.
Sono certa che insieme riusciremo a darci serenità. 


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